"La grande notte disordinata e tiepida
che ci assale va ricevuta con un canto che tenga molto della sua essenza" (A.Mutis)
martedì, 07 luglio 2009
LXXXV
[18:43:37] X says:
dovrò rifare la cosa con una certa frequenza
[18:43:39] X says:
ormai è destino
[18:43:46] Y says:
non esiste il destino
[18:44:00] X says:
per oggetti fisici
[18:44:06] X says:
molto più grandi della costante di Planck
[18:44:09] X says:
probabilmente sì.
Post politico di un impolitico: dell'Essere come ( ) s s e n z a
La grande scoperta dei Greci, l’Essere come p r e s e n z a. Ma di questa scoperta, cosa ne è oggi? Non possiamo certo utilizzarla per bombardare una particella elementare e verificare l’equivalenza di massa ed energia predetta dalla teoria della relatività, né possiamo costruirci una casa, anche se probabilmente l’Essere è una casa – come una casa dell’Essere –.
Ad ogni modo, la questione sembra essersi così rovesciata: che cos’è l’Essere come assenza?
Propriamente un ni-ente, nel senso in cui non posso oggettivarlo in nessuno stato di cose o, se preferite, in nessuna cosa. Non posso dire, se l’Essere è ( ) s s e n t e, che una cosa è qualcosa. Questo implica che anche quel qualcosa sia un ni-ente, nella misura in cui io non posso dirne niente perché n o n è. Eppure, anche il pensiero del ni-ente suscita in noi un’immagine: l’immagine dello spazio vuoto. Non si tratta di un imbroglio metafisico, è semplicemente la collocazione di un pensiero nel suo spazio; ogni pensiero ha infatti, per sua natura, un proprio spazio – se non ricordo male Whitehead diceva pressappoco così –. Provate a non pensare a una sedia; in effetti potreste anche pensare ad una non-sedia, ma quello è un diverso ni-ente, ovverosia siamo già nel campo della logica formale. Per la filosofia, invece, si tratta di capire se l’Essere ( )ssente sia il ni-ente, ossia, se al pensiero dell’Essere ( )ssente corrisponda un’intuizione. In questo senso, si rivelerebbe sin dal principio il legame del pensiero col suo spazio – pensiamo a tutte le democrazie, che nascono proprio perché si dà la libertà al pensiero di trovare un suo s p a z i o (la libertà di parola, la libertà di esprimersi ecc.) –.
Ora, si dà il caso che io possa pensare uno spazio come uno spazio vuoto solo se posso assegnare a tale spazio un livello almeno minimo di esistenza: per non pensare ad una sedia, tornando all’esempio di prima, io devo pensare anche allo spazio in cui io non devo metterci quella sedia; e per costituire uno spazio, nel più semplice dei casi, ho almeno bisogno di delimitarlo con una serie di linee. Si tratta di un’operazione veramente primitiva, nel senso di o r i g i n a r i a – l’uomo che occupa dei territori, che traccia c o n f i n i, che dice al vicino q u e s t o spazio è m i o –.
E però delle linee non sono ni-enti; le linee sono già qualcosa. Io v e d o e percepisco il mio spazio come mio perché l’ho s e g n a t o (vedi la Cosmicomica di Calvino qui già citata al post LXI). Per conoscere il ni-ente, o il senso dell’ ( )ssenza, bisognerebbe cercare prima di questo atto, prima della divisione originaria dei terreni da coltivare.
Prima di questa divisione, dunque, deve esserci un’idea di c u l t u r a; ma prima che tale idea faccia vedere i suoi frutti, è lì propriamente che troviamo il ni-ente, dal momento che nulla ha significato se nulla è stato ancora diviso secondo determinate pertinenze – mi viene in mente il proton diaireton platonico –. In sostanza, l’Essere come ( )ssenza è forse, alla luce di quello che ne è oggi, il momento vero e preliminare di ogni p r e s e n z a, che in fin dei conti è sempre una presenza di senso. Noi diciamo s e m p r e l’Essere, ma, prima di questo dire, l’Essere ha già la possibilità di questo d e t t o; appunto però come ( ) s s e n z a, come segno intangibile, o meglio, come p o t e n z a di tutti i segni. Perché infatti siamo n o i che decidiamo cosa mettere nei nostri spazi.
Dopo qualche tempo di forzata lontananza da qui, lascio una traccia del perpetuarsi della mia esistenza. Si tratta di una cosa che leggevo oggi e che mi ha fatto pensare alla situazione che stiamo vivendo attualmente in questo paese. Ci sono almeno due passaggi di quanto andrò a citare che ci riguardano molto da vicino, indovinate voi quali:
È (...) compito della scienza (...) risvegliare in tutti la sensazione che questo mondo è diventato denso di pericoli, e di far conoscere quanto sia importante che tutti gli uomini, indipendentemente dai pregiudizi nazionali o ideologici, uniscano i loro sforzi per affrontare questi pericoli. Naturalmente è più facile dire che fare, ma in ogni caso si tratta d'un dovere a cui non è più possibile sottrarsi.
Lo studioso si trova personalmente di fronte all'amara necessità di dover decidere, senza preconcetti, in base alla propria coscienza, quale sia buona o, addirittura, quale tra due cose sia meno cattiva. Non possiamo ignorare che grandi masse popolari, e con loro i potenti che le governano, agiscono spesso in modo insensato, accecate da pregiudizi. Chi presta loro l'appoggio delle sue conoscenze scientifiche si può trovare facilmente nella situazione di cui parla Schiller nei suoi versi: "Guai a chi presta all'eterno cieco la fiaccola celeste della luce; essa non gli largisce i suoi raggi, essa non può che incendiare, essa incenerisce città e province."
Pensavo di farmi del male con della caffeina tra i vapori di benzina e la luce rossa di questa notte in cui guardo l'oscuro segreto della terra in cui sono cresciuto
Mi chiedo se una ragione può bastare a giustificare un'esistenza,
anche innata,
solo che tu non potevi saperlo
Nel garage ci sono le api
una mi ha anche punto
io ho deciso di non dormire più così non mi dimentichi
che poi chissà se è vero quello che sei
io non posso dirlo
Oggi ha piovuto e ora le foglie sono bagnate
la luce dei lampioni illumina il mio dolore -
sono lampioni che abbiamo fatto mettere da poco-
Scrivere poesie non ha senso
andare all'università nemmeno
mi fa male la mano
chissà se ne hai una ancora per me
ci sono tanti libri qui
ho persino un tagliacarte che mi ricorda la mia morte
e la cosa mi pesa ancora di più perché sono vivo
Ho scritto un biglietto accanto al mio nome:
ci ho scritto cosa devo fare della mia vita
che poi io non so nemmeno bene cosa faccio
hai le mani blu
i tuoi sogni sono delfini impolverati
La mia memoria:
ecco, vorrei che la mia memoria svanisse come in quel film
ci scriverò su un romanzo
eppure io lo so che poi la memoria ti tradisce
se credi di aver dimenticato sei perduto
un dio - uno qualsiasi - ti ha già giocato
ad Einstein non va bene così
ma Einstein capirà
d'altronde tu e io siamo un fodero per occhiali.
Il letto è dietro di me
davanti ho invece una crepa
o forse è il segno di una penna su un muro
era da piccolo che scrivevo sui muri
poi quei muri li hanno buttati giù.
Sia ben chiaro che, nonostante tutto quella che era successo, Filippo non meritava di essere lasciato così. Con un sms, s’intende: Rebecca gli aveva scritto che potevano anche farla finita lì. Non una parola in più, non una di meno.
Remo non riusciva a dormire. Era sul fianco sotto il piumone e accanto al cuscino giaceva ancora il volume di Montale che aveva ritirato lo stesso giorno alla posta. L’indomani sarebbe partito per andare a trovare la sua ragazza che era in erasmus. Da circa sette mesi, o almeno così gli pareva: non è che si era ricordato di contarli. E così decise che in amore tutte le distanze si equivalgono. Fu un bel pensiero.
(26)Possibile incipit di una storia fantastica: Faccio fatica a pensare che possa veramente accadere qualcosa. È tutto così indefinibile, così oscuro. Ogni cosa è così mescolata all’altra che sembra non esserci niente. È così faticoso cercare di fare la differenza…
…ma devo dire qualcosa, ne avverto l’improrogabile bisogno ormai da tempo.
«Eccomi! Sono io! Il martire di tutte le parole che incespicano nell’ombra.»
(27) Scrivere fa scorrere il tempo più in fretta.
(28) Un grande scrittore è l’economia di tutti i linguaggi.
Quando poi vien posta la domanda che cosa dobbiamo credere in fatto di religione, non è necessario esaminare a fondo la natura delle cose, come fu fatto da quelli che i greci chiamano fisici; né bisogna inquitarsi per timore che i cristiani ignorino la forza e il numero degli elementi: il moto, l'ordine e le eclissi dei corpi celesti; la forma dei cieli; la specie e la natura di animali, piante, pietre, sorgenti, fiumi e montagne; cronologie e distanze; i presagi delle tempeste; e mille altre cose che quei filosofi hanno scoperto oppure credono di aver scoperto... È sufficiente al cristiano credere che la sola causa di tutte le cose create, celesti o terrene, visibili o invisibili, è la bontà del Creatore, il solo vero Dio; e che nulla essite ad eccezione di Lui stesso, che non derivi da Lui la sua esistenza.
Ecco, la filosofia è il contrario di tutto quello di cui il cristiano deve accontentarsi.
Sto ancora scrivendo il romanzo di cui ti parlavo qualche tempo fa all’università. Nel frattempo ho cominciato a leggere il libro di Eggers che mi avevi consigliato. Ho dovuto interrompere dopo le prime trenta pagine perché mi sono sentito male. Io so che significa quello che lui dice, come sai. Cose del genere ti fanno capire quanto insignificanti siano certi stupidi battibecchi. Dobbiamo renderci conto che dobbiamo guadagnarci tutto il tempo possibile per essere felici. Me l’hai promesso, ricordi?
Io ho solamente bisogno di vivere la mia vita al tuo fianco. Vorrei che me lo permettessi.
Spero che il mio amore possa bastarti.
Si trovava ancora davanti alla farmacia del suo paese, in un viale pieno di alberi, sotto scrosci torrenziali di acqua piovana, nel pieno della notte, nel bel mezzo di un temporale, quando si girò di scatto percependo il rumore degli pneumatici solcare la strada bagnata. Riuscì a guardare attraverso i vetri dell’autovettura e a scorgervi un uomo e una donna. Lui era alla guida e lei parlava e sembrava felice. Ma passarono, senza lasciare traccia. Chissà quante cose lo avevano già fatto: quante cose se ne erano andate senza lasciare nemmeno un segno del loro passaggio; e chissà quante altre dovevano passare senza essere destinate ad esistere realmente.
Da piccolo ho guardato un cartone animato; si trattava di un ragazzo che non riusciva a decidersi tra due ragazze. Me ne appassionai per via della sigla: c’era una scena in cui lui e una delle due ragazze rimanevano da soli ad aspettare un autobus a tarda sera. Lei era stanca e appoggiava la testa sulla spalla di lui – la destra; lui faceva la sua solita faccia da ebete e l’immagine si dissolveva.
Ecco, io quella scena da piccolo non sono mai riuscito a vederla. Eppure io il cartone l’avevo visto tutto.
Ultimamente l’ho cercato e ho trovato tutte le puntate su youtube. E alla fine l’ho trovata. Lei si era già gettata tra le sue braccia e gli fa: “stasera posso rimanere da te?”
Poi arrivò una macchina e lei se ne andò via e lui rimase lì a fissare la panchina.
Qualche giorno dopo ho scoperto che molte scene della serie originale erano state censurate dalla TV per permettere la messa in onda del cartone in un contenitore per bambini. Io non lo sapevo, ma a quanto pare quella scena non avrei mai potuto vederla.
Io avevo aspettato così tanto una cosa che non c’era.
"Era la mia integrità che mi importava. È così egoistico? è a buon mercato, però è tutto ciò che ci resta. È l'ultimo centimetro di noi che ci resta... ma in quel centimetro siamo liberi. Morirò qui. Ogni centimetro di me perirà ... tranne uno. Un centimetro. È piccolo, è fragile ed è l'unica cosa al mondo che vale la pena d'avere. Non dobbiamo perderlo, o venderlo, o cederlo. Non dobbiamo permettere loro di portarcelo via" (Valerie)
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