"La grande notte disordinata e tiepida che ci assale va ricevuta con un canto che tenga molto della sua essenza" (A.Mutis)
sabato, 14 novembre 2009
IX*

 Eternal sunshine of the spotless mind #8

Cara Miriam,

io sono una persona sola. E non serve questa stanza, col buio dei suoi mobili che mi prende alle spalle, a dimostrarlo. Sono stato solo anche nei momenti più felici, quando la vita sembrava ogni giorno un po’ più facile del giorno prima. Ma allora il fatto che non fossi fisicamente solo mi rendeva la cosa più accettabile, o almeno mi permetteva di nascondere a me stesso la verità abbastanza a lungo da poter credere alla menzogna.
Ora però il letto a due piazze in cui dormo e che ha preso la forma di una sola persona non mi permette più di mentire. Mi sveglio ogni mattina alle nove in punto e mi portano il caffè e i giornali. Il tempo di notare che la Procter è continuata a salire e che il mondo è sempre il solito schifo e torno alla mia solitudine. Una sconfinata solitudine interrotta soltanto dal rumore dei passi degli altri ospiti nel corridoio.
In ufficio per ora non sanno niente, e ti prego di essere molto discreta al riguardo. Non voglio che comincino a spettegolare su di me quando vanno al bagno o quando consumano la loro vita nelle loro case. Sono pur sempre il capo lì dentro, e un capo ha bisogno di essere rispettato.
Dai un bacio a Sara da parte mia e dille che le voglio bene. Anche ora che la luce del televisore è l’unica cosa che mi fa distinguere i numeri sul telecomando.

Con amore,

R.
Scritto da: 5555555555 alle ore 22:09 | link | commenti | categoria: prosa, eternal-sunshine-of-the-spotless
venerdì, 25 settembre 2009
VIII*

A domanda precisa, rispose: "Non ho mai avuto un diario, e se l'avessi tenuto avrei fatto attenzione ad occultare per bene i miei sentimenti".
Scritto da: 5555555555 alle ore 15:33 | link | commenti (4) | categoria: diario, frammenti, prosa, autobiografismi
domenica, 06 settembre 2009
VI*

Credo di essermi perso l'estate.
Scritto da: 5555555555 alle ore 22:00 | link | commenti (2) | categoria: diario, frammenti, prosa
mercoledì, 22 luglio 2009
II*

Pieghe d'agosto

 

Era l'estate più calda che la città ricordasse e noi stavamo sperimentando cosa volesse dire Londra. Ci eravamo appena diplomati e credevamo ancora che la vita fosse una questione di stile.

 

-         Cazzo, dodici sterline per arrivare a Victoria. Cominciamo bene – dice, portandosi la mano alla gola.

Poi andiamo. Il treno fa lo stesso rumore che dalle nostre parti. Seduto accanto a noi deve esserci un musicista. Credo che suoni la tromba. Ansima. Parla al cellulare, bofonchia parole sconosciute e ha i capelli bianchi e le mani leggermente irsute. Scende prima di noi.

-         A che ora è l'appuntamento? – interrompo la sua contemplazione del paesaggio.

-         Che?  – lui, ad alta voce.

-         A che ora è l'appuntamento con Attilio? 

-         A mezzanotte – dice, serio.

 

Alloggiavamo al Regent Palace, un due stelle vicino al sottopassaggio della metro di Piccadilly. Tariffe convenienti ma servizi igienici in trasferta: le camere non avevano i bagni. La nostra doccia consisteva in un rapido sciacquo di ascelle al lavandino e io immaginavo di essere uno di quei pionieri americani in cerca dell'oro che si bagnavano nel fiume e dietro avevano le praterie, e dietro ancora altre praterie.

Le finestre non si aprivano, erano bloccate dall'esterno. Alla reception mi dissero che era per via del terrorismo. Io non capivo come il terrorismo potesse entrare dalle finestre.

 

-         Mangiamo cinese?  – Attilio.

-         Per me va bene – io.

-         Allora c'è un take away poco prima di arrivare a casa  – Attilio.

C'è una coppia di colore che aspetta la cena. Lui le stringe la mano e le sussurra qualcosa all'orecchio. Lei ride e gli scava la fossetta nel mento. A lui s'illuminano gli occhi.

Prendiamo il nostro, paghiamo e andiamo via. In omaggio ci danno delle patatine. Ci salutano con cordialità. Ci sembra di abitare qui da una vita. Forse da una vita e mezza. Ceniamo a casa di Attilio. Beviamo sei bottiglie di vino in tre, un Jack Daniel's intero, mezzo litro di vodka, metà Kalhua, tre quarti di Martini bianco, del Porto, dello champagne e qualche cocktail servito con una certa professionalità da Attilio. Con l'alba Andrea vuole andare a comprare i cornetti, ma siamo in Inghilterra e nessuno di noi sa ancora che avremmo dormito per circa tredici ore filate.

 

Di solito, i momenti più pesanti della giornata li vivevamo di notte, quando il caldo a letto diventava insopportabile e ci svegliavamo di continuo, fradici, in preda a strane allucinazioni. Una volta abbiamo visto una scopa e non sapevo che fosse sua. Bevemmo molto. Ed era forse per cercare di restare giovani un po' più in fretta.

 

-        Che ore sono? – chiedo ad Andrea, e mi sembra di essermi appena svegliato.

-        Sono le quattro e mezza – risponde lui.

Appoggio il braccio sulla valigia. Abbiamo passato la notte qui. Ho un mal di testa devastante. Sto decisamente vivendo la sbornia peggiore della mia vita. Lo comunico agli altri e ci alziamo.

-        Andiamo a fare colazione dal turco – dice Attilio, con una certa sicurezza. Lo seguiamo perché non abbiamo la forza per proporre un'alternativa.

Il sole batte sulle case e illumina i fili d'erba dei piccoli giardini, e il cielo li avvolge in uno splendido azzurro. Metto gli occhiali scuri perché la luce mi dà un certo fastidio. Il turco è veramente a due passi. Io prendo salsicce, bacon, uova, patatine fritte e un succo d'arancia. Fingo di leggere il Sun, invece guardo le macchine e gli autobus passare. Noto una certa diffusione del grigio.

-        Merda – fa Attilio. Si è sporcato i pantaloni e deve essere a lavoro fra un paio d'ore.  – Ma voi che programmi avete per la serata?

-        Io vorrei sbattermi una di queste madreperle con le lentiggini – dice Andrea, adocchiando una ragazza che attraversa la strada.  – Se però hai qualcosa di più interessante da offrirmi...

-        Dovrebbe esserci una festa a Covent Garden, alle undici – Attilio.

-        Che tipo di festa?    chiedo io.

-        Una festa. Musica, alcol, e se sei capace sesso facile – ridendo, Attilio.

-        Ok, ci stiamo – Andrea risponde per tutti e due.

-        Bene. Allora vestìti bene, alle dieci e mezzo alla fermata di Covent Garden. Io stacco da lavoro e vado direttamente lì. – Attilio mette sul tavolo un paio di sterline e se ne va.

 

Non dormivamo granché e io avevo due occhi da animale notturno: cerchiati, con uno strano faro nel mezzo. Ma lui no, lui aveva la faccia pulita di un ragazzino e ciò provocava in me una certa curiosità, forse persino una certa invidia, ma non al punto da credere che ciò fosse importante.

 

Andiamo in albergo direttamente da Covent Garden. Durante il ritorno per un po' ci penso, ma cerco subito di distogliere l'attenzione da quei pensieri. L'illuminazione è troppo fitta. Ci si attacca addosso con l'afa.

-        A questa città hanno dimenticato di farci il cielo. Di giorno è quasi sempre grigio e la notte non si vedono le stelle – faccio io, tra il triste e il serio.

-        Ma se questa settimana c'è sempre stato il sole... – Andrea. 

 

Ci fermiamo proprio davanti Burger King. Ci osserviamo l'un l'altro.

-         Ti sei scopato Patricia? – io.

-         Ieri. E l'altro ieri. E due giorni fa – Andrea.

Realizzo che la mia conquista non deve essere stata tanto eccezionale e proseguo per entrare. Metto le mani nelle tasche e trovo solo qualche fazzoletto di carta usato. Mi fermo e guardo per terra. Un'ombra mi sopravanza.

 


NOTA: questo racconto era stato già postato tempo addietro. L'ho ripulito da tutte le imperfezioni come in genere faccio dopo un po', dopo che certe idee hanno trovato il loro tempo per maturare. Ora dovrebbe essere quantomeno passabile. Il grosso appartiene alla scrittura di un me stesso di due anni fa.

Scritto da: 5555555555 alle ore 16:34 | link | commenti (4) | categoria: racconti, prosa
martedì, 07 luglio 2009
LXXXV

[18:43:37] X says:
dovrò rifare la cosa con una certa frequenza
[18:43:39] X says:
ormai è destino
[18:43:46] Y says:
non esiste il destino
[18:44:00] X says:
per oggetti fisici
[18:44:06] X says:
molto più grandi della costante di Planck
[18:44:09] X says:
probabilmente sì.
Scritto da: 5555555555 alle ore 18:51 | link | commenti (2) | categoria: diario, frammenti, prosa
lunedì, 08 giugno 2009
LXXXIII

Questo post è dedicato a N.

Dopo qualche tempo di forzata lontananza da qui, lascio una traccia del perpetuarsi della mia esistenza. Si tratta di una cosa che leggevo oggi e che mi ha fatto pensare alla situazione che stiamo vivendo attualmente in questo paese. Ci sono almeno due passaggi di quanto andrò a citare che ci riguardano molto da vicino, indovinate voi quali:

    
È (...) compito della scienza (...) risvegliare in tutti la sensazione che questo mondo è diventato denso di pericoli, e di far conoscere quanto sia importante che tutti gli uomini, indipendentemente dai pregiudizi nazionali o ideologici, uniscano i loro sforzi per affrontare questi pericoli. Naturalmente è più facile dire che fare, ma in ogni caso si tratta d'un dovere a cui non è più possibile sottrarsi.
      Lo studioso si trova personalmente di fronte all'amara necessità di dover decidere, senza preconcetti, in base alla propria coscienza, quale sia buona o, addirittura, quale tra due cose sia meno cattiva.  Non possiamo ignorare che grandi masse popolari, e con loro i potenti che le governano, agiscono spesso in modo insensato, accecate da pregiudizi. Chi presta loro l'appoggio delle sue conoscenze scientifiche si può trovare facilmente nella situazione di cui parla Schiller nei suoi versi: "Guai a chi presta all'eterno cieco la fiaccola celeste della luce; essa non gli largisce i suoi raggi, essa non può che incendiare, essa incenerisce città e province."

WERNER HEISENBERG



Scritto da: 5555555555 alle ore 20:34 | link | commenti (6) | categoria: politica, riflessioni, diario, filosofia, fisica, critica, attualità, società
giovedì, 23 aprile 2009
LXXXII

Pensavo di farmi del male con della caffeina tra i vapori di benzina e la luce rossa di questa notte in cui guardo l'oscuro segreto della terra in cui sono cresciuto
Mi chiedo se una ragione può bastare a giustificare un'esistenza,
anche innata,
solo che tu non potevi saperlo
Nel garage ci sono le api
una mi ha anche punto
io ho deciso di non dormire più così non mi dimentichi
che poi chissà se è vero quello che sei
io non posso dirlo
Oggi ha piovuto e ora le foglie sono bagnate
la luce dei lampioni illumina il mio dolore -
sono lampioni che abbiamo fatto mettere da poco-
Scrivere poesie non ha senso
andare all'università nemmeno
mi fa male la mano
chissà se ne hai una ancora per me
ci sono tanti libri qui
ho persino un tagliacarte che mi ricorda la mia morte
e la cosa mi pesa ancora di più perché sono vivo
Ho scritto un biglietto accanto al mio nome:
ci ho scritto cosa devo fare della mia vita
che poi io non so nemmeno bene cosa faccio
hai le mani blu
i tuoi sogni sono delfini impolverati
La mia memoria:
ecco, vorrei che la mia memoria svanisse come in quel film
ci scriverò su un romanzo
eppure io lo so che poi la memoria ti tradisce
se credi di aver dimenticato sei perduto
un dio - uno qualsiasi - ti ha già giocato
ad Einstein non va bene così
ma Einstein capirà
d'altronde tu e io siamo un fodero per occhiali.

Il letto è dietro di me
davanti ho invece una crepa
o forse è il segno di una penna su un muro
era da piccolo che scrivevo sui muri
poi quei muri li hanno buttati giù.

Scritto da: 5555555555 alle ore 03:15 | link | commenti (2) | categoria: poesia, quaderno
giovedì, 09 aprile 2009
LXXXI

Eternal sunshine of the spotless mind #7

Sia ben chiaro che, nonostante tutto quella che era successo, Filippo non meritava di essere lasciato così. Con un sms, s’intende: Rebecca gli aveva scritto che potevano anche farla finita lì. Non una parola in più, non una di meno.

Remo non riusciva a dormire. Era sul fianco sotto il piumone e accanto al cuscino giaceva ancora il volume di Montale che aveva ritirato lo stesso giorno alla posta. L’indomani sarebbe partito per andare a trovare la sua ragazza che era in erasmus. Da circa sette mesi, o almeno così gli pareva: non è che si era ricordato di contarli. E così decise che in amore tutte le distanze si equivalgono. Fu un bel pensiero.

Scritto da: 5555555555 alle ore 22:55 | link | commenti (3) | categoria: racconti, prosa, eternal-sunshine-of-the-spotless
mercoledì, 04 marzo 2009
LXXX

(26) Possibile incipit di una storia fantastica: Faccio fatica a pensare che possa veramente accadere qualcosa. È tutto così indefinibile, così oscuro. Ogni cosa è così mescolata all’altra che sembra non esserci niente. È così faticoso cercare di fare la differenza
…ma devo dire qualcosa, ne avverto l’improrogabile bisogno ormai da tempo.
«Eccomi! Sono io! Il martire di tutte le parole che incespicano nell’ombra.»

(27) Scrivere fa scorrere il tempo più in fretta.

(28) Un grande scrittore è l’economia di tutti i linguaggi.





Scritto da: 5555555555 alle ore 14:40 | link | commenti (7) | categoria: riflessioni, diario, frammenti, prosa
giovedì, 26 febbraio 2009
LXXIX

Qualche tempo fa mi era stato chiesto cosa fosse la filosofia. E stupido io che ci avevo messo più di dieci pagine per rispondere. Mi sarebbe bastato citare questa cosa di Agostino dall'Enchiridion:

Quando poi vien posta la domanda che cosa dobbiamo credere in fatto di religione, non è necessario esaminare a fondo la natura delle cose, come fu fatto da quelli che i greci chiamano fisici; né bisogna inquitarsi per timore che i cristiani ignorino la forza e il numero degli elementi: il moto, l'ordine e le eclissi dei corpi celesti; la forma dei cieli; la specie e la natura di animali, piante, pietre, sorgenti, fiumi e montagne; cronologie e distanze; i presagi delle tempeste; e mille altre cose che quei filosofi hanno scoperto oppure credono di aver scoperto... È sufficiente al cristiano credere che la sola causa di tutte le cose create, celesti o terrene, visibili o invisibili, è la bontà del Creatore, il solo vero Dio; e che nulla essite ad eccezione di Lui stesso, che non derivi da Lui la sua esistenza.

Ecco, la filosofia è il contrario di tutto quello di cui il cristiano deve accontentarsi.
Scritto da: 5555555555 alle ore 19:07 | link | commenti (4) | categoria: frammenti, filosofia, prosa, che cosè la filosofia
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"Era la mia integrità che mi importava. È così egoistico? è a buon mercato, però è tutto ciò che ci resta. È l'ultimo centimetro di noi che ci resta... ma in quel centimetro siamo liberi. Morirò qui. Ogni centimetro di me perirà... tranne uno. Un centimetro. È piccolo, è fragile ed è l'unica cosa al mondo che vale la pena d'avere. Non dobbiamo perderlo, o venderlo, o cederlo. Non dobbiamo permettere loro di portarcelo via" (Valerie)

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