"La grande notte disordinata e tiepida che ci assale va ricevuta con un canto che tenga molto della sua essenza" (A.Mutis)
lunedì, 25 agosto 2008
LXIV

(22) "Il tempo passava adagio, come fa negli alloggi vuoti" (C.PAVESE, La bella estate). Pavese qui dice che lo scorrere del tempo dipende da una certa distrubuzione dello spazio. Ma non è solo questo: v'è un elemento ulteriore che qualifica questo stesso spazio: e cioè il fatto che questo spazio sia vuoto, cioè che non ci sia niente, probabilmente non nessuno, poiché per enunciare la frase, per dire che c'è uno spazio vuoto, c'è pur sempre bisogno di qualcuno che lo dica. Di qualcuno, un essere forse umano che, guardando il soffitto e scoprendo che certe macchie d'umidità gli ricordano le facce di vecchi amici, possa dire che quello spazio è veramente vuoto.

(23) André Gide definisce l'etica come "scienza della utilizzazione perfetta di sé per mezzo di una costruzione intelligente" (da L'immoralista). Ora, in che senso l'etica può essere considerata una scienza? Si tratta di una pretesa legittima? Volendo muoversi attraverso qualche definizione grezza ma non per questo poco veridica, potremmo dire che se l'etica vuole essere scienza, allora essa deve mascherarsi come tale: ordinare conoscenze attraverso un metodo; determinare una regione dell'essere come oggetto, ossia come contenuto obiettivabile dell'essere; aspirare alla verità. Ma, fatto questo, e volendo per un attimo prescindere da ogni critica di tipo genealogico, non è che poi quest'etica che si concepisce come scienza finisce per essere una vuota deontologia?

(24) La poesia che apre l'omonima sezione di Ossi di seppia ha per tema - sempreché una poesia possa avere un tema - la negazione, o le negazioni. La prima e l'ultima strofa si aprono con un "Non" e l'ultima strofa ne presenta altri due, in corsivo, nell'ultimo verso. Nel dettaglio: "Non chiederci la parola che squadri da ogni lato/ l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco/ lo dichiari e risplenda come un croco/ perduto in mezzo a un polveroso prato. / Ah l'uomo che se ne va sicuro, / agli altri ed a se stesso amico, / e l'ombra sua non cura che la canicola / stampa sopra uno scalcinato muro! / Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, / sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. / Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo". Sotto avevo annotato a matita quanto segue: la negazione: timida affermazione di un'identità attraverso la negazione. Quasi che noi fossimo il resto di un'esclusione.
Scritto da: 5555555555 alle ore 17:18 | link | commenti (2) | categoria: poesia, riflessioni, appunti, letteratura, frammenti, filosofia, prosa
martedì, 19 agosto 2008
LXIII

D'ora in poi, si torna alle vecchie abitudini:

Ho da dirvi poche cose
e nessuna di queste
vi sarà utile.
Non si tratta né di cose vere
né di cose false:
sono solo quelle poche cose
avute come nel segno di un errore -
fermati quando l'eco del cemento
sarà il tuo ritornello -
come il pegno d'un dolore sorgivo
dal petto che strozza e rinchiude,
lasciandoci secchi.



Scritto da: 5555555555 alle ore 23:14 | link | commenti (2) | categoria: poesia, diario, quaderno
sabato, 09 agosto 2008
LXII

“…mi domandavo spesso se un giorno o l’altro
non sarei morto di fatica a forza di affrontare
continuamente la solitudine”

DOUGLAS COUPLAND

La vita in due è tutta un’altra cosa.
Me lo dicevo ieri notte parcheggiando la macchina nel cortile. Era l’una passata. Tirando su i finestrini mi guardavo intorno e osservavo la campagna. Prima dritto davanti a me, e poi a destra, dove c’era il vecchio mandarino a prendersi quasi tutta la visuale. Aprendo la portiera per scendere, ho pensato a quante volte ero tornato da solo a casa; cioè a quelle volte in cui ero tornato proprio da solo e mi accorgevo di non avere nessuno. Ma proprio nessuno.

Quando ti assale una depressione così improvvisa e immotivata, si sa, l’unica soluzione è andartene a dormire, senza troppa premura per te stesso o per le cose del mondo. Così ho chiuso gli occhi. E ho pensato a te.
Scritto da: 5555555555 alle ore 16:04 | link | commenti (8) | categoria: riflessioni, diario, frammenti, religione, esercizi di stile, prosa, autobiografismi
mercoledì, 06 agosto 2008
LXI

“ (…) io una volta passando feci un segno in un punto dello spazio, apposta per poterlo ritrovare duecento milioni d’anni dopo, quando saremmo ripassati di lì al prossimo giro. Un segno come? È difficile da dire perché se vi si dice segno voi pensate subito a un qualcosa che si distingue da un qualcosa, e lì non c’era niente che si distinguesse da niente; voi pensate subito a un segno marcato con qualche arnese oppure con le mani, che poi l’arnese o le mani si tolgono e il segno invece resta, ma a quel tempo arnesi non ce n’erano ancora, e nemmeno mani, o denti, o nasi, tutte cose che si ebbero poi in seguito, ma molto tempo dopo. La forma da dare al segno, voi dite non è un problema perché, qualsiasi forma abbia, un segno basta serva da segno, cioè sia diverso oppure uguale ad altri segni: anche qui voi fate presto a parlare, ma io a quell’epoca non avevo esempi a cui rifarmi per dire lo faccio uguale o lo faccio diverso, cose da copiare non ce n’erano, e neppure una linea, retta o curva che fosse, si sapeva cos’era, o un punto, o una sporgenza o rientranza. Avevo l’intenzione di fare un segno, questo sì, ossia avevo l’intenzione di considerare segno una qualsiasi cosa che mi venisse fatto di fare, quindi avendo io, in quel punto dello spazio e non in un altro, fatto qualcosa intendendo di fare un segno, risultò che ci avevo fatto un segno davvero”.

ITALO CALVINO

In questo passo, anche se non se ne parla esplicitamente, è di linguaggio che si sta trattando. Il problema è quello della significazione: che tipo di invenzione è? Da dove nasce? Come è stato possibile creare qualcosa che rimandasse a qualcos’altro e che non fosse semplicemente ciò che era?
La risposta di Calvino a questi interrogativi è chiara: la significazione è un’invenzione spuria, nel senso che non appartiene al linguaggio; piuttosto, quest’ultimo è un prodotto relativamente tardo dell’evoluzione di un essere dotato di ragione, che ha, ad un certo punto della sua storia, messo in atto questa possibilità di parlare. Inoltre, ed è questa la cosa più importante, Calvino risponde decisamente alla terza domanda che ponevamo dicendo che è in un’ intenzione più o meno originaria che bisogna ricercare il principio di ogni significazione.
La significazione, e quindi la possibilità di avere linguaggio, nascono per l’uomo a partire da un atto intenzionale col quale egli stabilisce che qualcosa ha valore come un segno. La prospettiva è molto interessante poiché lega in maniera peculiare Calvino a Nietzsche: anche secondo quest’ultimo, infatti, la nascita del linguaggio è ascrivibile ad un’esigenza dell’uomo che si tramuta nella convenzione di dare il nome ad una cosa, e tutto sommato quindi nell’ intenzione di nominare una cosa col suo nome piuttosto che con un altro (questo tipo di posizione poi porterà Nietzsche a pensare che l’atto di nominare potesse dipendere da un determinato rapporto di forze). Sotto questo punto di vista, “Un segno nello spazio”, la cosmicomica da cui citiamo, potrebbe essere letta come un tentativo di genealogia del processo di significazione che dà vita al linguaggio: tant’è vero che Calvino prova a delineare sia un’origine storica di tale processo, narrando tutte le vicende che riguardano il povero Qfwfq, impegnato in una vera e propria odissea nello spazio del linguaggio, sia un’ origine di principio, ritrovando precisamente quest’ultima, come dicevamo, in un fatto della volontà.
E va inoltre sottolineato come l’esito di tale genealogia sia nichilistico: esito che si preannuncia allorquando “il vivere tra i segni” porta “a vedere come segni le innumerevoli cose che prima stavano lì senza segnare altro che la propria presenza”, trasformandole in segni di sé stesse. In sostanza, moltiplicando all’infinito i segni, essi perdono la loro funzione poiché niente più devono segnare se tutto diventa segno: se il segno è infatti un punto di riferimento per perlustrare l’infinito spazio del linguaggio, se tutto diventa segno, niente più lo è, e persino questo spazio entro cui il linguaggio si muove risulta annullarsi, poiché indipendentemente dai segni lo spazio della significazione non esiste.
Dunque: senza segni niente linguaggio. Ma ancora meglio: c’è linguaggio solo se c’è già l’uomo, e non viceversa.
Scritto da: 5555555555 alle ore 16:46 | link | commenti (6) | categoria: riflessioni, appunti, filosofia, saggi, prosa
Chi Sono
Utente: 5555555555
"Era la mia integrità che mi importava. È così egoistico? è a buon mercato, però è tutto ciò che ci resta. È l'ultimo centimetro di noi che ci resta... ma in quel centimetro siamo liberi. Morirò qui. Ogni centimetro di me perirà... tranne uno. Un centimetro. È piccolo, è fragile ed è l'unica cosa al mondo che vale la pena d'avere. Non dobbiamo perderlo, o venderlo, o cederlo. Non dobbiamo permettere loro di portarcelo via" (Valerie)

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Odi et Amo
Odio
I blog con odi et amo
Le solite cose
svegliarmi presto

Amo
I blog senza odi et amo
Ciò che è diverso
svegliarmi tardi
Commenti Recenti
Shinystat
Foto Recenti
Che cos'è la filosofia Che cos'è la filosofia
Vedi altri media
Feeds

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Siamo in
*loading* visite
Testo scorrevole
"Nei prodotti psicotici è spesso presente una ricchezza di significato che altrove si incontra soltanto nel genio" (Carl Gustav Jung)
Crediti


Heracleum blog & web tools