"La grande notte disordinata e tiepida che ci assale va ricevuta con un canto che tenga molto della sua essenza" (A.Mutis)
mercoledì, 22 luglio 2009
II*

Pieghe d'agosto

 

Era l'estate più calda che la città ricordasse e noi stavamo sperimentando cosa volesse dire Londra. Ci eravamo appena diplomati e credevamo ancora che la vita fosse una questione di stile.

 

-         Cazzo, dodici sterline per arrivare a Victoria. Cominciamo bene – dice, portandosi la mano alla gola.

Poi andiamo. Il treno fa lo stesso rumore che dalle nostre parti. Seduto accanto a noi deve esserci un musicista. Credo che suoni la tromba. Ansima. Parla al cellulare, bofonchia parole sconosciute e ha i capelli bianchi e le mani leggermente irsute. Scende prima di noi.

-         A che ora è l'appuntamento? – interrompo la sua contemplazione del paesaggio.

-         Che?  – lui, ad alta voce.

-         A che ora è l'appuntamento con Attilio? 

-         A mezzanotte – dice, serio.

 

Alloggiavamo al Regent Palace, un due stelle vicino al sottopassaggio della metro di Piccadilly. Tariffe convenienti ma servizi igienici in trasferta: le camere non avevano i bagni. La nostra doccia consisteva in un rapido sciacquo di ascelle al lavandino e io immaginavo di essere uno di quei pionieri americani in cerca dell'oro che si bagnavano nel fiume e dietro avevano le praterie, e dietro ancora altre praterie.

Le finestre non si aprivano, erano bloccate dall'esterno. Alla reception mi dissero che era per via del terrorismo. Io non capivo come il terrorismo potesse entrare dalle finestre.

 

-         Mangiamo cinese?  – Attilio.

-         Per me va bene – io.

-         Allora c'è un take away poco prima di arrivare a casa  – Attilio.

C'è una coppia di colore che aspetta la cena. Lui le stringe la mano e le sussurra qualcosa all'orecchio. Lei ride e gli scava la fossetta nel mento. A lui s'illuminano gli occhi.

Prendiamo il nostro, paghiamo e andiamo via. In omaggio ci danno delle patatine. Ci salutano con cordialità. Ci sembra di abitare qui da una vita. Forse da una vita e mezza. Ceniamo a casa di Attilio. Beviamo sei bottiglie di vino in tre, un Jack Daniel's intero, mezzo litro di vodka, metà Kalhua, tre quarti di Martini bianco, del Porto, dello champagne e qualche cocktail servito con una certa professionalità da Attilio. Con l'alba Andrea vuole andare a comprare i cornetti, ma siamo in Inghilterra e nessuno di noi sa ancora che avremmo dormito per circa tredici ore filate.

 

Di solito, i momenti più pesanti della giornata li vivevamo di notte, quando il caldo a letto diventava insopportabile e ci svegliavamo di continuo, fradici, in preda a strane allucinazioni. Una volta abbiamo visto una scopa e non sapevo che fosse sua. Bevemmo molto. Ed era forse per cercare di restare giovani un po' più in fretta.

 

-        Che ore sono? – chiedo ad Andrea, e mi sembra di essermi appena svegliato.

-        Sono le quattro e mezza – risponde lui.

Appoggio il braccio sulla valigia. Abbiamo passato la notte qui. Ho un mal di testa devastante. Sto decisamente vivendo la sbornia peggiore della mia vita. Lo comunico agli altri e ci alziamo.

-        Andiamo a fare colazione dal turco – dice Attilio, con una certa sicurezza. Lo seguiamo perché non abbiamo la forza per proporre un'alternativa.

Il sole batte sulle case e illumina i fili d'erba dei piccoli giardini, e il cielo li avvolge in uno splendido azzurro. Metto gli occhiali scuri perché la luce mi dà un certo fastidio. Il turco è veramente a due passi. Io prendo salsicce, bacon, uova, patatine fritte e un succo d'arancia. Fingo di leggere il Sun, invece guardo le macchine e gli autobus passare. Noto una certa diffusione del grigio.

-        Merda – fa Attilio. Si è sporcato i pantaloni e deve essere a lavoro fra un paio d'ore.  – Ma voi che programmi avete per la serata?

-        Io vorrei sbattermi una di queste madreperle con le lentiggini – dice Andrea, adocchiando una ragazza che attraversa la strada.  – Se però hai qualcosa di più interessante da offrirmi...

-        Dovrebbe esserci una festa a Covent Garden, alle undici – Attilio.

-        Che tipo di festa?    chiedo io.

-        Una festa. Musica, alcol, e se sei capace sesso facile – ridendo, Attilio.

-        Ok, ci stiamo – Andrea risponde per tutti e due.

-        Bene. Allora vestìti bene, alle dieci e mezzo alla fermata di Covent Garden. Io stacco da lavoro e vado direttamente lì. – Attilio mette sul tavolo un paio di sterline e se ne va.

 

Non dormivamo granché e io avevo due occhi da animale notturno: cerchiati, con uno strano faro nel mezzo. Ma lui no, lui aveva la faccia pulita di un ragazzino e ciò provocava in me una certa curiosità, forse persino una certa invidia, ma non al punto da credere che ciò fosse importante.

 

Andiamo in albergo direttamente da Covent Garden. Durante il ritorno per un po' ci penso, ma cerco subito di distogliere l'attenzione da quei pensieri. L'illuminazione è troppo fitta. Ci si attacca addosso con l'afa.

-        A questa città hanno dimenticato di farci il cielo. Di giorno è quasi sempre grigio e la notte non si vedono le stelle – faccio io, tra il triste e il serio.

-        Ma se questa settimana c'è sempre stato il sole... – Andrea. 

 

Ci fermiamo proprio davanti Burger King. Ci osserviamo l'un l'altro.

-         Ti sei scopato Patricia? – io.

-         Ieri. E l'altro ieri. E due giorni fa – Andrea.

Realizzo che la mia conquista non deve essere stata tanto eccezionale e proseguo per entrare. Metto le mani nelle tasche e trovo solo qualche fazzoletto di carta usato. Mi fermo e guardo per terra. Un'ombra mi sopravanza.

 


NOTA: questo racconto era stato già postato tempo addietro. L'ho ripulito da tutte le imperfezioni come in genere faccio dopo un po', dopo che certe idee hanno trovato il loro tempo per maturare. Ora dovrebbe essere quantomeno passabile. Il grosso appartiene alla scrittura di un me stesso di due anni fa.

Scritto da: 5555555555 alle ore 16:34 | link | commenti (4) | categoria: racconti, prosa
martedì, 07 luglio 2009
LXXXV

[18:43:37] X says:
dovrò rifare la cosa con una certa frequenza
[18:43:39] X says:
ormai è destino
[18:43:46] Y says:
non esiste il destino
[18:44:00] X says:
per oggetti fisici
[18:44:06] X says:
molto più grandi della costante di Planck
[18:44:09] X says:
probabilmente sì.
Scritto da: 5555555555 alle ore 18:51 | link | commenti (2) | categoria: diario, frammenti, prosa
sabato, 04 luglio 2009
LXXXIV

Post politico di un impolitico: dell'Essere come ( ) s s e n z a

La grande scoperta dei Greci, l’Essere come  p r e s e n z a. Ma di questa scoperta, cosa ne è oggi? Non possiamo certo utilizzarla per bombardare una particella elementare e verificare l’equivalenza di massa ed energia predetta dalla teoria della relatività, né possiamo costruirci una casa, anche se probabilmente l’Essere è una casa – come una casa dell’Essere –.

Ad ogni modo, la questione sembra essersi così rovesciata: che cos’è l’Essere come assenza?
Propriamente un ni-ente, nel senso in cui non posso oggettivarlo in nessuno stato di cose o, se preferite, in nessuna cosa. Non posso dire, se l’Essere è ( ) s s e n t e, che una cosa è qualcosa. Questo implica che anche quel qualcosa sia un ni-ente, nella misura in cui io non posso dirne niente perché  n o n  è. Eppure, anche il pensiero del ni-ente suscita in noi un’immagine: l’immagine dello spazio vuoto. Non si tratta di un imbroglio metafisico, è semplicemente la collocazione di un pensiero nel suo spazio; ogni pensiero ha infatti, per sua natura, un proprio spazio – se non ricordo male Whitehead diceva pressappoco così –. Provate a non pensare a una sedia; in effetti potreste anche pensare ad una non-sedia, ma quello è un diverso ni-ente, ovverosia siamo già nel campo della logica formale. Per la filosofia, invece, si tratta di capire se l’Essere ( )ssente sia il ni-ente, ossia, se al pensiero dell’Essere ( )ssente corrisponda un’intuizione. In questo senso, si rivelerebbe sin dal principio il legame del pensiero col suo spazio – pensiamo a tutte le democrazie, che nascono proprio perché si dà la libertà al pensiero di trovare un suo  s p a z i o  (la libertà di parola, la libertà di esprimersi ecc.) –.

Ora, si dà il caso che io possa pensare uno spazio come uno spazio vuoto solo se posso assegnare a tale spazio un livello almeno minimo di esistenza: per non pensare ad una sedia, tornando all’esempio di prima, io devo pensare anche allo spazio in cui io non devo metterci quella sedia; e per costituire uno spazio, nel più semplice dei casi, ho almeno bisogno di delimitarlo con una serie di linee. Si tratta di un’operazione veramente primitiva, nel senso di o r i g i n a r i a – l’uomo che occupa dei territori, che traccia  c o n f i n i, che dice al vicino q u e s t o spazio è  m i o –.

E però delle linee non sono ni-enti; le linee sono già qualcosa. Io v e d o  e  percepisco il mio spazio come mio perché l’ho s e g n a t o (vedi la Cosmicomica di Calvino qui già citata al post LXI). Per conoscere il ni-ente, o il senso dell’ ( )ssenza, bisognerebbe cercare prima di questo atto, prima della divisione originaria dei terreni da coltivare.

Prima di questa divisione, dunque, deve esserci un’idea di  c u l t u r a; ma prima che tale idea faccia vedere i suoi frutti, è lì propriamente che troviamo il ni-ente, dal momento che nulla ha significato se nulla è stato ancora diviso secondo determinate pertinenze – mi viene in mente il proton diaireton platonico –. In sostanza, l’Essere come ( )ssenza è forse, alla luce di quello che ne è oggi, il momento vero e preliminare di ogni  p r e s e n z a, che in fin dei conti è sempre una presenza di senso. Noi diciamo s e m p r e  l’Essere, ma, prima di questo dire, l’Essere ha già la possibilità di questo  d e t t o; appunto però come ( ) s s e n z a, come segno intangibile, o meglio, come p o t e n z a di tutti i segni. Perché infatti siamo  n o i  che decidiamo cosa mettere nei nostri spazi.

Scritto da: 5555555555 alle ore 14:33 | link | commenti (5) | categoria: appunti
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"Era la mia integrità che mi importava. È così egoistico? è a buon mercato, però è tutto ciò che ci resta. È l'ultimo centimetro di noi che ci resta... ma in quel centimetro siamo liberi. Morirò qui. Ogni centimetro di me perirà... tranne uno. Un centimetro. È piccolo, è fragile ed è l'unica cosa al mondo che vale la pena d'avere. Non dobbiamo perderlo, o venderlo, o cederlo. Non dobbiamo permettere loro di portarcelo via" (Valerie)

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