"La grande notte disordinata e tiepida
che ci assale va ricevuta con un canto che tenga molto della sua essenza" (A.Mutis)
XVII
Traslochi
Mi aggiro per casa come un cane bastonato in cerca di un posto per leccarsi le ferite in pace ma è notte fonda e la bocca è uno sconfinato deserto di segatura che si estende dal belvedere del pomeriggio su di un posto che non è il mio, perché non l'ho mai visto, se non di sfuggita quando ero piccolo, e in macchina accanto a me non c'è la mia implorata fragilità d'un liscio splendore, unico, come la luce dei lampioni che mi impedisce di guardarti negli occhi perché non puoi sempre mettere tutto in un cassetto, per la paura che questa strada desolata diventi un muro, una parete a cui appendere i miei ventidue specchi per capire cosa c'è dietro la pioggia, se l'arcobaleno o quei primi giorni di settembre in cui l'aria si spegne e se la stringi forte tutta in un pugno ti sembra che la tua vita stia per finire da un momento all'altro, come questo viaggio che ti ha sorpreso alle spalle lasciandoti l'odore dei limoni sotto le pietre che hai adoperato come cuscini, un po' scomodi magari, ma era l'unico modo per vedere le stelle che avevi perso sul prato poco prima di quella sabbia su cui le tartarughe ballavano il tango per telefono - se proprio dovessi ammetterlo lo farei, ma non è importante che tu lo sappia - perché ho dovuto chiudere i finestrini a causa del tuo borotalco, quello che ha deciso il ferro quando la mia chitarra ha smesso di suonare, forse per sempre, perché non ne ho più la forza, o perché mi restano pochi accordi ed è in questi momenti che berrei fino a morire stordito dalle parole che non sarei capace di scrivere e che sono tutto quello che cerco di scrivere, per strapparle al silenzio straziante della mia congenita incapacità, perché forse dovrei cominciare a vivere sul serio e darci un taglio con questi tentativi di autocommiserazione perché, in fondo, sono solo parole, sono solo le canzoni che non riuscirei a scrivere e che tu non ascolteresti mai, e hai ragione, ma non ne vale la pena e io voglio solo stare un po' da solo, senza i miei libri, senza i miei quaderni, senza la mia musica, senza i miei disegni, senza i miei fumetti, senza questa fame chimica, senza queste palpebre smunte, senza quest'inutile dolore che mi si è conficcato nel petto, ma con un paio di guanti nuovi e una sciarpa colorata per l'inverno, per quando arriverà il mio compleanno.