"La grande notte disordinata e tiepida
che ci assale va ricevuta con un canto che tenga molto della sua essenza" (A.Mutis)
LXIV
(22) "Il tempo passava adagio, come fa negli alloggi vuoti" (C.PAVESE, La bella estate). Pavese qui dice che lo scorrere del tempo dipende da una certa distrubuzione dello spazio. Ma non è solo questo: v'è un elemento ulteriore che qualifica questo stesso spazio: e cioè il fatto che questo spazio sia vuoto, cioè che non ci sia niente, probabilmente non nessuno, poiché per enunciare la frase, per dire che c'è uno spazio vuoto, c'è pur sempre bisogno di qualcuno che lo dica. Di qualcuno, un essere forse umano che, guardando il soffitto e scoprendo che certe macchie d'umidità gli ricordano le facce di vecchi amici, possa dire che quello spazio è veramente vuoto.
(23) André Gide definisce l'etica come "scienza della utilizzazione perfetta di sé per mezzo di una costruzione intelligente" (da L'immoralista). Ora, in che senso l'etica può essere considerata una scienza? Si tratta di una pretesa legittima? Volendo muoversi attraverso qualche definizione grezza ma non per questo poco veridica, potremmo dire che se l'etica vuole essere scienza, allora essa deve mascherarsi come tale: ordinare conoscenze attraverso un metodo; determinare una regione dell'essere come oggetto, ossia come contenuto obiettivabile dell'essere; aspirare alla verità. Ma, fatto questo, e volendo per un attimo prescindere da ogni critica di tipo genealogico, non è che poi quest'etica che si concepisce come scienza finisce per essere una vuota deontologia?
(24) La poesia che apre l'omonima sezione di Ossi di seppia ha per tema - sempreché una poesia possa avere un tema - la negazione, o le negazioni. La prima e l'ultima strofa si aprono con un "Non" e l'ultima strofa ne presenta altri due, in corsivo, nell'ultimo verso. Nel dettaglio: "Non chiederci la parola che squadri da ogni lato/ l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco/ lo dichiari e risplenda come un croco/ perduto in mezzo a un polveroso prato. / Ah l'uomo che se ne va sicuro, / agli altri ed a se stesso amico, / e l'ombra sua non cura che la canicola / stampa sopra uno scalcinato muro! / Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, / sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. / Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo". Sotto avevo annotato a matita quanto segue: la negazione: timida affermazione di un'identità attraverso la negazione. Quasi che noi fossimo il resto di un'esclusione.
LV
(21) Partire e non tornare più.
LIII
(20) Quando ho cominciato a pensare prima di scrivere quest'appunto? Che cosa volevo poi dire? Questa è una riflessione sulla riflessione in atto? Che cosa vuol dire cominciare a pensare? E cosa cominciare?
Dico subito che cominciare a pensare non è pensare l'inizio. Se l'inizio è pensato, l'azione è impossibile: la pena del pensiero "iniziale" o "iniziatico" è la condanna al misticismo. Cominciare a pensare è invece un atto naturale e come tale va compreso. Si comincia a fare una cosa e ci si getta nella mischia.
Si fanno molte cose e pensare non è un'attività diversa dal fare una cosa. Per fare una cosa bisogna cominciare a farla, il che non è affatto scontato. Ma quando si comincia veramente a fare una cosa? Cominciamento è una cosa che ha inizio nel tempo. Ma il cominciare è extra-temporale, è il "virtuale" del cominciamento. Cominciare è l'eventualità che accada qualcosa. Il "pensare" è una cosa fortuita e non è detto che capiti a tutti.
Ma qualcosa è già cominciato: scrivere, per esempio. Quando l'ho fatto? Quando ho smesso di cominciare, cioè quando ho smesso di pensare, che è però solo un modo di cominciare. Qualcosa nella scrittura è andato perso ed è cominciata una cosa nuova. E perché vi sia una cosa nuova deve esserci almeno una cosa vecchia. Cominciare è smettere il vecchio e iniziare il nuovo. Ma qual è il confine tra vecchio e nuovo? Come faccio a sapere dove comincia la "novità"?
XLIX
(11) ...che poi forse teoricamente mio padre c'ha pure ragione quando dice che le donne si prendono più di quello che tu dài loro, e c'ha pure più ragione quando dice che se dài loro tutto a te dopo non rimane niente. Ma io mi dico che il nulla bisogna rischiarlo per tornarsene a casa con qualcosa nella valigia...
(12) Ci sono due versi di Ossi di seppia cui sono molto affezionato: il nostro mondo/ si regge appena. Ecco, non voglio dire niente di più che può crollare tutto da un momento all'altro. Una sola parola e il mondo può andare distrutto.
(13) C'è qualcosa di sublime nell'arrendersi ad una volontà superiore.
(14) L'Assoluto di Hegel va sempre all'indietro sfuggendogli - all'indietro. E perché? Perché il movimento dell'assoluto per lo spirito è già in-e-per sé stesso, è già avvenuto; perciò lo spirito come assoluto è già sempre presso noi. Non resta, in fin dei conti, che mostrarlo riappropriandosi di un cammino perduto eppure già compiuto - la Fenomenologia del 1807. Il segretto dell'Assoluto è la decisione-indecisione dell'inizio, o comunque, che è lo stesso, lo scarto di ogni differenza (nota a margine di un passo da M.HEIDEGGER, Il concetto hegeliano di esperienza in Holzwege: "Solo l'Assoluto è vero. Solo il Vero è assoluto (...) Queste proposizioni sono infondate, ma non arbitrarie nel senso di affermazioni gratuite. Queste proposizioni sono infondabili. Hanno posto ciò che, unicamente, è fondante. In esse parla la volontà dell'Assoluto, il quale in sé e per sé vuole già essere presso di noi")
XLII
Esattamente cinque anni fa, i suoi piedi toccarono il pavimento della stanza per l'ultima volta. Ricordo che andai a salutarlo come ogni mattina, e lo trovai in piedi. Mi accorsi sùbito di quanto fosse dimagrito ma non gli feci notare che l'avevo capito; non volevo che sapesse che io ero cosciente della sua progressiva debolezza – e mi chiesi se la vita non era altro che quello, quella progressiva debolezza. Mi fece gli auguri; io lo guardai e poi uscii di casa. Quella fu l'ultima volta in cui i suoi occhi mi diedero l'impressione di appartenere alla stessa persona che aveva calmato le mie febbri quando ero piccolo; quella fu l'ultima volta in cui i suoi occhi mi diedero l'impressione di appartenere a qualcosa di umano.
Lui poi è morto ad una velocità impressionante. Non mi ha nemmeno lasciato il tempo di rendermene conto. Il vero problema – mi ripeto oggi – è che la vita è una cosa improvvisa, e la morte è un colpo di dadi.
XXXIV
Il pensiero eccedente. La questione del numero nel Parmenide di Platone.
Nell'ambito delle deduzioni che riguardano l'ipotesi se l'uno è (ἓν εἰ ἒστιν), Platone dice del numero. Tale argomento è già nel momento dell'ipotesi, nella sua posizione. È solo infatti pensando ad esso – il numero – che Platone può dire “l'uno è”. Perché? Perché l'uno, nel momento in cui è detto, è già due. Però Platone ci dice anche che quest'ipotesi dobbiamo pensarla come una (di quell'uno che è come “l'identico oggetto” – τοῦ ἑνος ὂντος). Eppure anche questo essere uno dell' “identico oggetto” è due. È il due in quanto l'uno e l'essere dell' “uno è” non sono la stessa cosa, bensì sono differenti, e questa loro differenza costituisce proprio l'identità dell'oggetto in questione. Ma veniamo a questa differenza: essa è stabilita non secondo la natura di ciascuna cosa (κατὰ φύσιν, come diceva Eraclito), ma secondo la partecipazione dell'uno e dell'essere all'idea del diverso. E come tale, il diverso, non è né l'uno né l'essere ma, per l'appunto, il diverso. Esso è allora differente dall'uno e dall'essere, ed è il tre. Come si vede, quando Platone pensa l'uno, e lo pensa come essente seguendo la lezione del Parmenide storico (si veda in proposito il famoso terzo frammento del ΠΕΡΙ ΦΥΣΕΩΣ – τὸ γὰρ αὐτὸ νοεῖν ἐστίν τε καὶ εἶναι, «lo stesso è pensare ed essere»), egli ha già detto il due [1], e quando guarda al due, ha già detto il tre. Ciò vuol dire che la via del discorso, del ragionamento, del λὀγος in una parola, passa sempre per un termine esterno alla relazione primaria posta. Potrebbe essere questo il senso, ancorché metaforico, di quello che con ogni probabilità è il passo più arcigno del dialogo, quello relativo alla generazione dei numeri (143c ss.). Infatti, è proprio in base ad un'eccedenza che il numero è generato – e generato proprio da ogni discorso che possiamo fare “se l'uno è”. E, se è vero ciò che è stato detto, allora anche il numero deve essere in conseguenza dell'essere dell'uno. E se è il numero, sono anche i molti (τὰ πολλὰ). E il numero è precisamente ciò che permette a Platone di pensare i molti come uno (del due che si dice essere uno più uno) e l'uno come molti (dell'uno che accanto ad un altro uno è due). Esso è il medio che giustifica la mostruosità (τέρας) di un'ammissione così sconcertante per Platone stesso, e cioè che vi sia una mescolanza, una coimplicazione dell'idea dell'uno e di quella dei molti. E il numero è così ciò che unisce, ciò che permette di rinvenire l'unità nella molteplicità e la molteplicità nell'unità. Detto più chiaramente: il numero è il medio che solo rende possibile il pensiero. Che solo lo rende possibile perché è ciò attraverso cui Platone supera la difficoltà posta da Zenone all'inizio del dialogo (che se gli enti sono molti, allora essi sono a un tempo simili e dissimili) mettendo in moto una macchina spietata di generazione di concetti, che moltiplica relazioni e, per ciò stesso, rende possibile il discorso, senza per questo consegnarlo ad un'assoluta relatività. Tutt'al più ad una differenza, che però viene subito riassorbita nei termini della verità di una relazione con un terzo. Ed è per questo che il pensiero, quando pensa, ha già ecceduto se stesso.
NOTA
[1] Se l'essere e l'uno sono due, allora sono una coppia, così come l'essere e il diverso e pure l'uno e il diverso. E se sono una coppia, allora saranno certamente due. Ma per astrazione (e non si sottolineerà mai abbastanza questo termine così decisivo ai fini di una critica devastante della teoria delle idee cui sembrerebbe autorizzarci lo stesso Platone riccorendovi), noi possiamo considerare che di questa coppia è sempre possibile isolare uno dei due termini, prendendolo cioè come uno. Così, se ad una qualsiasi coppia si aggiunge un uno, allora abbiamo il tre, e così via...
VII
Dell'assottigliamento
Sono profondamente d'accordo con Italo Calvino (1). Credo che oggi si scriva così perché la fisica e l'informatica hanno penetrato la nostra esistenza: frammenti invisibili, bytes, atomi spezzati, particelle elementari. Tutto è ormai troppo piccolo perché lo si possa percepire con certezza. Il tempo comincia a correre più veloce e chi ci vive dentro - così come chi vive dentro lo spazio - non può scendere improvvisamente dalla giostra e smetterla col tirare i calci in culo. Chi scende a metà del giro puzza, questo è ovvio. Come è ovvio che questa sottrazione indebita di tempo - e di spazio - ha finito per produrre qualcosa di eccezionale in campo letterario: la scomparsa del pubblico e, soprattutto, quella dello scrittore di professione.
Siamo abituati, dalla società in cui viviamo, dai saperi che essa ha prodotto soprattutto nel corso della sua storia recente, a pensare che dobbiamo fare il più in fretta possibile. "Devi laurearti presto", "Trova presto un lavoro", "Sbrigati computer di merda che voglio andare a letto", "Muoviti a darmi il culo che se no ne trovo un'altra". Vedete, espressioni come queste sono piuttosto significative. Se dovete impiegare il vostro tempo per laurearvi presto, dove lo troverete il tempo per poter leggere? E se dovete trovare lavoro, quando potrete fermarvi a spulciare qualche pagina? Se non sapete aspettare che uno stupido computer si spenga, come farete a starvene comodi in poltrona con la vostra storia tra le mani? Se non siete in grado di pazientare un paio di mesi prima che una vi dia il culo, come potreste perdere tempo dietro a un libro? Insomma, nessuno ha tempo perché quel poco che abbiamo ci serve per fare altro. Come volete che uno abbia ancora un pensiero da dedicare alla lettura?
La scomparsa del pubblico dall'orizzonte letterario, pubblico che ormai è gente che nella migliore ipotesi considera l'arte come uno svago o un lusso, ha finito per influire profondamente anche sul modo di scrivere. Se andate in libreria e aprite qualche romanzo (ma vi prego non Baricco o Moccia) recente, troverete tra loro una certa affinità. Questa affinità non sta certo nel tema, ma nel ritmo della narrazione. Troverete tutto stranamente veloce, tutto sfuggente (2). Le parole vi guizzeranno innanzi come sguscianti anguille e vi salteranno negli occhi, sbarrandoli. Il fatto è che però, in realtà, lo scrittore non esiste più, viene risucchiato dalla sua stessa prosa e voi non ce lo trovate dentro quello che fa. Quindi non è lui che alleva le anguille che vi stanno mangiando l'intestino. Questo perché per allevare pesci ci vuole pazienza, e lui non ha più tempo per avere pazienza. In fondo, se il giullare non ha più una corte per la quale esibirsi, può ancora essere definito un giullare?
Vi chiedo scusa se la mia digressione è andata avanti più del previsto, ma volevo solo illustrarvi, per quelle che erano le mie possibilità, le ragioni per cui la letteratura è esplosa e la sua fruizione è andata in frantumi (3). Vorrei ora, invece, farvi un esempio in proposito: Bret Easton Ellis e il suo ottimo Le regole dell'attrazione.
Il romanzo in questione è apparso nel lontano 1987, quando l'autore aveva circa ventitre anni ed aveva già scritto Meno di zero. Oggetto-soggetto dell'opera sono le vicende che ruotano attorno ad un gruppo di studenti dell'università di Camden, nel New Hampshire.
Ellis dice di cominciare dall'autunno del 1985 e comincia in minuscolo. Questo, innanzitutto, perché quando si inizia a scrivere non si sa bene mai da cosa partire: si comincia e basta. Se provate a chiedere agli scrittori da dove comincino le loro storie, da dove traggano la loro ispirazione, vi risponderanno che non lo sanno, o tutt'al più vi indicheranno una situazione che grossomodo non avrà niente a che fare con quello che poi effettivamente andranno a sviluppare. E questa è la prima cosa che voglio sottolineare: la lettera minuscola.
Il libro ha più di una voce e forse è più di un romanzo. Sean Bateman, fratello di un altro e famoso Bateman targato Ellis (l'agente di borsa di American Psycho), è uno piuttosto svelto, uno spacciatore di contrabbando ed uno che soprattutto ha la moto: questo lo rende differente da tutti gli altri. Paul Denton è il frocio, quello a cui piace essere scopato nel culo e presumibilmente anche in bocca, quello che si masturba sotto il cuscino mentre Sean beve una birra, quello che alla fine parla con Lauren. Lauren Hynde vorrebbe fare l'amore con Victor la prima volta ma poi ubriaca si fa scopare da uno studente di cinema o teatro - questo non è che lei lo ricordi bene - mentre un fusto di birra rotola sul pavimento e la conduce fuori da quella maledetta stanza. Victor è in giro a calarsi l'Europa o forse a scoparsi New York. Poi c'è qualcun altro ma appare troppo poco perché lo si possa nominare.
Questi personaggi (Sean, Lauren, Paul, Victor) fanno parte dello stesso intreccio, ma raccontano storie diverse: la narrazione è infatti polifonica, modulata sulla voce di ciascun personaggio secondo una dinamica che ogni volta rovescia un evento nel suo contrario. Quando Sean e Lauren sono in camera e lui le dedica una canzone alla chitarra, lei piange dalla commozione; quando invece sono Lauren e Sean ad essere in camera, lei piange perché Victor è in Europa a menare l'uccello nel culo di qualche inglesina. Potrei citarvi anche altro, ma non importa. Ciò che conta, ciò che va notato, riguarda l'impianto formale che sta dietro a questi episodi.
Cosa vuole fare Ellis? E come lo fa?
Uno scopo ed il modo in cui lo si raggiunge sono la stessa cosa, e per questo motivo la risposta che vi darò sarà unica. Ellis vuole costruire una macchina fabbrica-vicende per prevedere il clinamen della sua storia, di ogni storia che mette sulla pagina. Questa macchina deve avere la portentosa capacità di allungarsi su ogni parola, di proiettarla in un campo d'azione limitato, deve essere pronta a ribartarla nel suo contrario e a fare del suo significato un fantasma. Dunque macchina ribaltante fabbrica-ectoplasmi. Macchina che agisce sui personaggi scarnificandoli, come una pialla che ne assottiglia lo spessore e ne livella le relazioni. Sean, Paul, Lauren e tutti quelli che compaiono nella/e storia/e allora, ed è facile intuirlo, si consumano ineluttabilmente: sniffano e il loro naso sanguina, bevono fino a traboccare di ogni schifezza alcolica, scopano tanto che i loro orifizi diventano logori e laschi. Scoprono la fine dopo essersi bruciati, il vuoto dietro la loro benestante generazione di ricchi e giovani universitari americani mangiasoldi di papà (4).
Ed è qui che il congegno dell'autore americano raggiunge il suo scopo: le vicende si sfiorano, creano dei nodi, sempre pronti a sciogliersi, tranne uno: "Nessuno conosce nessuno. Possiamo solo avere a che fare l'uno con l'altro" (5). E sembrerebbe questo il bandolo della matassa. Ma a pensarci bene questo non è un epilogo e nemmeno una morale: se nessuno conosce nessuno, chi dirà a chi cosa? Chi potrà ricostruire la storia della materia?
Si potrebbe solo avanzare qualche ipotesi circa la non contraddittorietà dei fatti. Ma chi di voi è ancora disposto a giurare che quello che vede o che si sente raccontare è vero?
Perciò, riassumendo, le cose che avevo da dirvi erano queste:
1. la scomparsa del pubblico e dello scrittore professionista;
2. la lettera minuscola;
3. la polifonia;
4. la macchina ribaltante fabbrica-ectoplasmi;
5. la perdita di senso.
NOTE
(1) Cfr. I.CALVINO, Lezioni americane.
(2) Perdonatemi se qui tralascio un enorme caso che va in senso contrario: Umberto Eco. Se possibile, ci ritornerò sopra un'altra volta.
(3) Con un'ardita metafora, direi che si scrive ormai solo a pezzi e si legge a cocci.
(4) E questa storia non può certo suonare nuova. A ben vedere si tratta di un punto nodale di una nota parabola: la parabola dela letteratura americana, o almeno di quella grande tradizione che si riconosce nei nomi di Fitzgerald, di Hemingway, di Kerouac. Vi trovano posto tutti coloro che hanno conosciuto la fama e la bella vita e che poi sono diventati fragili come un piatto crepato (F.SCOTT FITZGERALD, Scritti dell'età del jazz), o come coloro che soffiano in un anello sperando di trovare resistenza.
(5) B.E.ELLIS, Le regole dell'attrazione.