"La grande notte disordinata e tiepida
che ci assale va ricevuta con un canto che tenga molto della sua essenza" (A.Mutis)
VIII*
A domanda precisa, rispose: "Non ho mai avuto un diario, e se l'avessi tenuto avrei fatto attenzione ad occultare per bene i miei sentimenti".
VI*
Credo di essermi perso l'estate.
LXXXV
[18:43:37] X says:
dovrò rifare la cosa con una certa frequenza
[18:43:39] X says:
ormai è destino
[18:43:46] Y says:
non esiste il destino
[18:44:00] X says:
per oggetti fisici
[18:44:06] X says:
molto più grandi della costante di Planck
[18:44:09] X says:
probabilmente sì.
LXXX
(26) Possibile incipit di una storia fantastica: Faccio fatica a pensare che possa veramente accadere qualcosa. È tutto così indefinibile, così oscuro. Ogni cosa è così mescolata all’altra che sembra non esserci niente. È così faticoso cercare di fare la differenza…
…ma devo dire qualcosa, ne avverto l’improrogabile bisogno ormai da tempo.
«Eccomi! Sono io! Il martire di tutte le parole che incespicano nell’ombra.»
(27) Scrivere fa scorrere il tempo più in fretta.
(28) Un grande scrittore è l’economia di tutti i linguaggi.
LXXVI
Da piccolo ho guardato un cartone animato; si trattava di un ragazzo che non riusciva a decidersi tra due ragazze. Me ne appassionai per via della sigla: c’era una scena in cui lui e una delle due ragazze rimanevano da soli ad aspettare un autobus a tarda sera. Lei era stanca e appoggiava la testa sulla spalla di lui – la destra; lui faceva la sua solita faccia da ebete e l’immagine si dissolveva.
Ecco, io quella scena da piccolo non sono mai riuscito a vederla. Eppure io il cartone l’avevo visto tutto.
Ultimamente l’ho cercato e ho trovato tutte le puntate su youtube. E alla fine l’ho trovata. Lei si era già gettata tra le sue braccia e gli fa: “stasera posso rimanere da te?”
Poi arrivò una macchina e lei se ne andò via e lui rimase lì a fissare la panchina.
Qualche giorno dopo ho scoperto che molte scene della serie originale erano state censurate dalla TV per permettere la messa in onda del cartone in un contenitore per bambini. Io non lo sapevo, ma a quanto pare quella scena non avrei mai potuto vederla.
Io avevo aspettato così tanto una cosa che non c’era.
LXXIV
Le notti inutili
«Queste sono soltanto ombre delle cose che sono state», disse lo Spettro.
«Non si accorgono affatto di noi.»
CHARLES DICKENS
Rocco Spinnici viveva a sud di Londra, in un piccolo ma delizioso appartamento che si era comprato con i risparmi di dieci anni. Aveva un gatto che aveva chiamato Budino e un cactus che aveva chiamato Spillo. Mangiava spesso cinese e aveva una vestaglia da camera color blu notte. E viveva da solo.
Lavorava come barman in uno dei più esclusivi night della città; quella che avrebbe dovuto essere una sistemazione provvisoria da cameriere, si era trasformata in una scelta per la vita di servire superalcolici a dei cazzoni di vent’anni che avevano una paghetta ben superiore al suo conto in banca. Questa cosa gli procurava non poco fastidio. Per la verità questa forse era anche l’unica cosa che gli dava fastidio nel vero senso della parola.
A differenza di quello che potreste immaginare, infatti, Rocco non coltivò mai una vera e propria vita sociale, nonostante il suo lavoro avrebbe come minimo dovuto fargli conoscere dieci persone ogni sera. Sì, perché anche se pensate che quando la gente è seduta al bancone di un bar e tu le servi dell’alcol sarebbe capace di dirti qualunque cosa, anche il segreto più schifoso della sua esistenza, non è a lui che dovete pensare come confessore, perché lui aveva la faccia sbagliata. Intendiamoci, non che avesse qualche difetto fisico di particolare rilievo, ma era l’intero viso, la sua espressione scorbutica e al tempo stesso così fredda tanto da riuscire a celare persino questa scontrosità, a renderlo inadatto al ruolo del confidente.
Non parlava con nessuno di niente. Nonostante il suo inglese fosse ormai ottimo e riuscisse a capire anche quello che le persone si dicevano sui treni, Rocco non aveva alcun interesse per gli altri esseri umani. Sembrava venire da qualche lontano e sperduto pianeta alieno abitato da replicanti senza emozioni.
E poi lui quella notte se la ricordava bene. Pioveva e c’era la nebbia. Guardava scorrere il tempo dalla finestra, anche se non avrebbe saputo dire bene in quale direzione. Dietro ad un vetro il passato ed il presente si equivalgono. Il fantasma del Natale passato dice infatti che tutte le persone del nostro passato hanno la stessa faccia. La cosa gli fu rivelata da una luce improvvisa. Era la vigilia di Natale, e lui si era accorto che la solitudine era stata soltanto la soluzione più semplice.
LXXII
Per tutti quelli che hanno incontrato qualcuno
(25) La sveglia suona relativamente presto. Sono da solo in casa e fa freddo. Sento la pioggia che batte sulla ringhiera del balcone. So che sta aspettando me.
La guardo attraverso il finestrino prendere il suo libro. Mi sorride e poi distoglie subito lo sguardo. Me ne vado poco prima che il treno parta. Forse sarei dovuto andare con lei, almeno per dimostrare a me stesso che non era vero quello che pensavo. Nessuno avrebbe potuto amarla più di me, anche se oggi io non avevo il mio ombrello.
LXIV
(22) "Il tempo passava adagio, come fa negli alloggi vuoti" (C.PAVESE, La bella estate). Pavese qui dice che lo scorrere del tempo dipende da una certa distrubuzione dello spazio. Ma non è solo questo: v'è un elemento ulteriore che qualifica questo stesso spazio: e cioè il fatto che questo spazio sia vuoto, cioè che non ci sia niente, probabilmente non nessuno, poiché per enunciare la frase, per dire che c'è uno spazio vuoto, c'è pur sempre bisogno di qualcuno che lo dica. Di qualcuno, un essere forse umano che, guardando il soffitto e scoprendo che certe macchie d'umidità gli ricordano le facce di vecchi amici, possa dire che quello spazio è veramente vuoto.
(23) André Gide definisce l'etica come "scienza della utilizzazione perfetta di sé per mezzo di una costruzione intelligente" (da L'immoralista). Ora, in che senso l'etica può essere considerata una scienza? Si tratta di una pretesa legittima? Volendo muoversi attraverso qualche definizione grezza ma non per questo poco veridica, potremmo dire che se l'etica vuole essere scienza, allora essa deve mascherarsi come tale: ordinare conoscenze attraverso un metodo; determinare una regione dell'essere come oggetto, ossia come contenuto obiettivabile dell'essere; aspirare alla verità. Ma, fatto questo, e volendo per un attimo prescindere da ogni critica di tipo genealogico, non è che poi quest'etica che si concepisce come scienza finisce per essere una vuota deontologia?
(24) La poesia che apre l'omonima sezione di Ossi di seppia ha per tema - sempreché una poesia possa avere un tema - la negazione, o le negazioni. La prima e l'ultima strofa si aprono con un "Non" e l'ultima strofa ne presenta altri due, in corsivo, nell'ultimo verso. Nel dettaglio: "Non chiederci la parola che squadri da ogni lato/ l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco/ lo dichiari e risplenda come un croco/ perduto in mezzo a un polveroso prato. / Ah l'uomo che se ne va sicuro, / agli altri ed a se stesso amico, / e l'ombra sua non cura che la canicola / stampa sopra uno scalcinato muro! / Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, / sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. / Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo". Sotto avevo annotato a matita quanto segue: la negazione: timida affermazione di un'identità attraverso la negazione. Quasi che noi fossimo il resto di un'esclusione.
LXII
“…mi domandavo spesso se un giorno o l’altro
non sarei morto di fatica a forza di affrontare
continuamente la solitudine”
DOUGLAS COUPLAND
La vita in due è tutta un’altra cosa.
Me lo dicevo ieri notte parcheggiando la macchina nel cortile. Era l’una passata. Tirando su i finestrini mi guardavo intorno e osservavo la campagna. Prima dritto davanti a me, e poi a destra, dove c’era il vecchio mandarino a prendersi quasi tutta la visuale. Aprendo la portiera per scendere, ho pensato a quante volte ero tornato da solo a casa; cioè a quelle volte in cui ero tornato proprio da solo e mi accorgevo di non avere nessuno. Ma proprio nessuno.
Quando ti assale una depressione così improvvisa e immotivata, si sa, l’unica soluzione è andartene a dormire, senza troppa premura per te stesso o per le cose del mondo. Così ho chiuso gli occhi. E ho pensato a te.