"La grande notte disordinata e tiepida che ci assale va ricevuta con un canto che tenga molto della sua essenza" (A.Mutis)
giovedì, 23 aprile 2009
LXXXII

Pensavo di farmi del male con della caffeina tra i vapori di benzina e la luce rossa di questa notte in cui guardo l'oscuro segreto della terra in cui sono cresciuto
Mi chiedo se una ragione può bastare a giustificare un'esistenza,
anche innata,
solo che tu non potevi saperlo
Nel garage ci sono le api
una mi ha anche punto
io ho deciso di non dormire più così non mi dimentichi
che poi chissà se è vero quello che sei
io non posso dirlo
Oggi ha piovuto e ora le foglie sono bagnate
la luce dei lampioni illumina il mio dolore -
sono lampioni che abbiamo fatto mettere da poco-
Scrivere poesie non ha senso
andare all'università nemmeno
mi fa male la mano
chissà se ne hai una ancora per me
ci sono tanti libri qui
ho persino un tagliacarte che mi ricorda la mia morte
e la cosa mi pesa ancora di più perché sono vivo
Ho scritto un biglietto accanto al mio nome:
ci ho scritto cosa devo fare della mia vita
che poi io non so nemmeno bene cosa faccio
hai le mani blu
i tuoi sogni sono delfini impolverati
La mia memoria:
ecco, vorrei che la mia memoria svanisse come in quel film
ci scriverò su un romanzo
eppure io lo so che poi la memoria ti tradisce
se credi di aver dimenticato sei perduto
un dio - uno qualsiasi - ti ha già giocato
ad Einstein non va bene così
ma Einstein capirà
d'altronde tu e io siamo un fodero per occhiali.

Il letto è dietro di me
davanti ho invece una crepa
o forse è il segno di una penna su un muro
era da piccolo che scrivevo sui muri
poi quei muri li hanno buttati giù.

Scritto da: 5555555555 alle ore 03:15 | link | commenti (2) | categoria: poesia, quaderno
mercoledì, 29 ottobre 2008
LXX

Voi che il fondo non lo conoscete
e vi bagnate solo a riva,
ditemi cosa si prova
ad avere i piedi sempre asciutti.
E se potete, porgetemi
la mano intonando
la filastrocca.
Scritto da: 5555555555 alle ore 23:04 | link | commenti (2) | categoria: poesia, quaderno
lunedì, 15 settembre 2008
LXVIII

L'estate - ogni estate - è finita
sotto la riva delle conchiglie
e i tuoi occhi brillano
come se fossero gli ultimi.
Scritto da: 5555555555 alle ore 23:13 | link | commenti (2) | categoria: poesia, quaderno
lunedì, 25 agosto 2008
LXIV

(22) "Il tempo passava adagio, come fa negli alloggi vuoti" (C.PAVESE, La bella estate). Pavese qui dice che lo scorrere del tempo dipende da una certa distrubuzione dello spazio. Ma non è solo questo: v'è un elemento ulteriore che qualifica questo stesso spazio: e cioè il fatto che questo spazio sia vuoto, cioè che non ci sia niente, probabilmente non nessuno, poiché per enunciare la frase, per dire che c'è uno spazio vuoto, c'è pur sempre bisogno di qualcuno che lo dica. Di qualcuno, un essere forse umano che, guardando il soffitto e scoprendo che certe macchie d'umidità gli ricordano le facce di vecchi amici, possa dire che quello spazio è veramente vuoto.

(23) André Gide definisce l'etica come "scienza della utilizzazione perfetta di sé per mezzo di una costruzione intelligente" (da L'immoralista). Ora, in che senso l'etica può essere considerata una scienza? Si tratta di una pretesa legittima? Volendo muoversi attraverso qualche definizione grezza ma non per questo poco veridica, potremmo dire che se l'etica vuole essere scienza, allora essa deve mascherarsi come tale: ordinare conoscenze attraverso un metodo; determinare una regione dell'essere come oggetto, ossia come contenuto obiettivabile dell'essere; aspirare alla verità. Ma, fatto questo, e volendo per un attimo prescindere da ogni critica di tipo genealogico, non è che poi quest'etica che si concepisce come scienza finisce per essere una vuota deontologia?

(24) La poesia che apre l'omonima sezione di Ossi di seppia ha per tema - sempreché una poesia possa avere un tema - la negazione, o le negazioni. La prima e l'ultima strofa si aprono con un "Non" e l'ultima strofa ne presenta altri due, in corsivo, nell'ultimo verso. Nel dettaglio: "Non chiederci la parola che squadri da ogni lato/ l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco/ lo dichiari e risplenda come un croco/ perduto in mezzo a un polveroso prato. / Ah l'uomo che se ne va sicuro, / agli altri ed a se stesso amico, / e l'ombra sua non cura che la canicola / stampa sopra uno scalcinato muro! / Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, / sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. / Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo". Sotto avevo annotato a matita quanto segue: la negazione: timida affermazione di un'identità attraverso la negazione. Quasi che noi fossimo il resto di un'esclusione.
Scritto da: 5555555555 alle ore 17:18 | link | commenti (2) | categoria: poesia, riflessioni, appunti, letteratura, frammenti, filosofia, prosa
martedì, 19 agosto 2008
LXIII

D'ora in poi, si torna alle vecchie abitudini:

Ho da dirvi poche cose
e nessuna di queste
vi sarà utile.
Non si tratta né di cose vere
né di cose false:
sono solo quelle poche cose
avute come nel segno di un errore -
fermati quando l'eco del cemento
sarà il tuo ritornello -
come il pegno d'un dolore sorgivo
dal petto che strozza e rinchiude,
lasciandoci secchi.



Scritto da: 5555555555 alle ore 23:14 | link | commenti (2) | categoria: poesia, diario, quaderno
lunedì, 14 gennaio 2008
XLV

Perché nel prenderti la mano
ho esitato l'altro ieri,
avevi nella stanza un girasole
l'hai bevuto tra le ceneri.
Mi hai aspettato questa notte
alla luce dei lampioni,
io avevo uno stupido biglietto
tu la mia chitarra nel cassetto.
Ti ho aspettata questa notte
alla luce dei lampioni,
tu eri il ricordo della pioggia
io la terra che non schioda.
E avrei ancora da chiedere alla luna
dove il vento le fa strette,
ma le spade non tagliano l'acqua
e il cuore non ricresce.
Scritto da: 5555555555 alle ore 01:58 | link | commenti (4) | categoria: poesia
venerdì, 11 gennaio 2008
XLIV

A Fabrizio, con devozione infinita. Grazie di tutto.

Vi scrivo, stanotte, col sottofondo de La buona novella. Vi dico sùbito che non ho alcuna intenzione di tediarvi con stucchevoli note di carattere “tecnico” in proposito; voglio invece, per un attimo, abbandonare il “rigore” e l'apparente aura di serietà e freddezza che mi contraddistinguono in questi luoghi, e abbandonarmi a ciò che mi viene immediatamente alla mente.
Oggi è l'11 gennaio 2008. Nove anni fa, in questo stesso giorno, moriva Fabrizio De André. Chi mi conosce bene sa quale venerazione io nutra nei confronti di questo autore, di cui ho divorato tutta la produzione e gran parte della bibliografia venuta fuori in questi anni, e sa anche quale sia il mio giudizio complessivo sulla sua opera. Per chi non mi conoscesse bene, o per chi non mi conoscesse affatto, ribadisco che siamo di fronte ad uno dei più grandi poeti del '900. È proprio, infatti, grazie alla sua straordinaria forza evocativa che la parola di De André assume le fattezze di quella che Aldo Grasso non ha esitato a definire “voce etica”, voce che crea dal nulla, nel momento in cui è detta, la vita che vuole significare. La “voce etica” è la voce che produce un'esatta corrispondenza tra il fonema e i contorni vivi della cosa cui esso si riferisce: ed è in questo che va letta la straordinaria grandezza poetica del cantautore genovese, come in fondo quella di ogni poeta o artista in generale: nella straordinaria capacità di rivelare ogni volta, attraverso la propria opera, la parusia del mondo, la rivelazione del linguaggio in una realtà, nella realtà, nella necessità della presa che il linguaggio deve operare sulla realtà. Ed è in questo l'eticità della voce: nella sua necessità. Necessità che è parola d'ordine dell'etica. Potrei addirittura sospettare che la grandezza di un poeta dovrebbe essere giudicata tenendo conto di quanto la sua voce sia espressione della necessità, di quella necessità più profonda della sua parola.
Intanto continua a suonare La buona novella. Disco di bellezza straordinaria, non c'è dubbio; lavoro che lo stesso Faber riteneva essere uno tra i migliori della sua carriera, se non il migliore. Uscito nel 1970, doveva la sua origine a due motivi principali: in primis, mettere a confronto le istanze rivoluzionarie del '68 con quella rivolta sociale di cui fu protagonista l'ebreo Gesù di Nazareth e, in secundis, rivendicare ai personaggi di quella vicenda, quasi del tutto scarnificati dalla tradizione cattolico-borghese, una nuova umanità. Nella misura in cui esso risponde a queste necessità, può dirsi ben riuscito. Ma non è solo questa corrispondenza tra intenti e risultati a decretarne la grandezza. Essa è invece, in grado maggiore, nel quid di mistico che la sua parola produce. Il sovrappiù che appartiene all'essenza stessa dell'arte. L'arte, colei che è sempre troppo grande.
De Gregori ha detto che se non avesse ascoltato De André non avrebbe mai scritto le sue canzoni. Posso dirvi che nemmeno io avrei mai pensato di scrivere se non avessi mai sentito una canzone del vecchio Faber. Certo è ovvio che non sia l'unico ad avermi spinto a farlo, e non so se la mia chiamata alle armi possa essere attribuita solo alle mie letture o alle mie esperienze di fruizione in campo artistico. Può darsi che vi sia una necessità interiore anteriore a tutto questo, ma tant'è.
Qualche tempo fa scrissi una cosa nello spirito de La buona novella. Rimasi colpito da una frase nella quale De André dichiarava di aver voluto rinnovare la canzone rivendicando per essa temi tradizionalmente destinati alla poesia. Dunque, se lui aveva provato a “poetizzare” la canzone, perché io non potevo “canzonare” la poesia? Da quest'idea nacquero i due poemetti che vi proporrò tra breve. Questo è il mio modo di dirgli grazie, tributandogli un piccolo ricordo. Il mio modo di dirgli che, forse, non è ancora morto. Il mio modo di condividere con voi la tristezza che mi accompagna in certi giorni. Giorni in cui una singola morte rivela tutte le morti che mi accompagnano. E che mi accompagneranno.


Poema apocrifo (libro primo)

(Sempre più grande il ventre le ricorda un'assurda verginità)

1

Le ferite del deserto ti coprono d'ambra il volto
i ricordi di legno ti inchiodano il pugno alle mani;
sotto il cielo d'un livido assorto,
nel vento che a nord uncina gli ulivi e i melograni
e spiega le tese alla colomba che spiumava sul tempio,
le creste sdrucite delle case presentano la logica dello scempio.

Sulle vesti ancora sfiancata la sabbia
ricompone i frammenti del vinto paesaggio,
secca la sete attraversa la gola e ghiaccia
il colore dell'ultima cruna del viaggio
quando si spalanca sull'uscio il ventre profondo,
il segno di un'intesa consumatasi nello spazio d'un secondo.

2

Tu le chiedi di dove viene il suo candore
se sia l'effetto di un clandestino calore,
se una ragione a quei capelli sciolti sulle spalle
a quelle lacrime che rimontano alla valle.

E quando Maria raccogliendo lenta la sua esistenza alle nocche
prova a prender coraggio nella tua minuscola figura,
tu trovi soltanto da offrirle gli elementi di una paura
che scarmiglia tremante le sue madide ciocche.

3

Nella sera che offre al tuo riposo lo schermo,
che alle tue vertebre canute reca solo un effimero sostegno,
tu lontano dalla sua bocca
ripensi al contorno dei suoi seni,
al corpo di una madre che sboccia
negli occhi di una bambina che più non contieni.

4

La notte tesse la sua tela discreta
nel lieve pallore che rigonfia la seta,
s'accoglie una sagoma celeste tra i balsami
che tendono il becco agli sfavillanti decani.

La stanza magra del tuo sonno leggero
decide il peso dei tuoi anni senza rimedio
nell'impluvio di uno splendore passeggero
che ne raccoglie la stretta d'angelico assedio.

Cerchi di pietra dura estorcono un sorriso ai muschi,
un fremito di neve ti sbarra gli occhi
e ai suoi nodosi giunchi riporta il mite settembre
con la promessa che arrivi presto dicembre.

5

“Non sapevi che c'era la riunione?” ̶
poi per Anna le curve d'un miraggio
si percorrono dietro chi era ancora ostaggio
di un'indecisa intenzione.

Fu così che al tempio si gridò la tua vergogna d'eletto,
il vile tradimento del tuo seme infetto.
Tu che della vergine dovevi custodire il sorriso,
Tu che ne avevi dissacrato i fianchi senza alcun preavviso.

6

“Siamo qui riuniti per misurare le vostre colpe,
per giudicarvi prima che si compia la vostra sorte.
Noi che del vostro Signore siamo la corte
affideremo la sua volontà all'acqua ed al monte
rimettendo l'onere della sentenza ad una luce
che presto scolpirà l'alba sulle nostre porte”.

7

Nel tuo corpo fredda si espande
la sorgente che dovrebbe assorbire il peccato.
Nella grotta dove ora siedi si confonde l'istante
dell'ultima resa che si spende al mercato,
s'attende nell'oscurità lo scintillio del passaggio,
forse del sole un ultimo assaggio.

8

Filtra tra le foglie un magro albore di luna,
quasi il segno che ultima si china la natura come la mano
tremante di chi avverte il capolinea della fortuna.
Sulla sua fronte l'ombra come un terso sudario
che dal sepolcro dei suoi sconfitti pensieri
s'estende al ventre sofferente e ai suoi spenti desideri.

9

Lungo la strada che si confonde umida al sole
due sagome ritagliano al mattino una porzione di stupore.

Poema apocrifo (libro secondo)

1

Lungo i baveri del breve torrente
si beve la sete della corrente,
il giaciglio su cui più non riposa
il limo della notte generosa.

Nei freschi occhi della ricorrenza
si piegano i fuscelli in sequenza,
la denuncia d'un volo improvviso
tra i rami di uno sguardo reciso.

Nel petto di un giorno al suo mezzo
vede saldare la vita al suo prezzo
il cuore del carpentiere stordito
nei passeri al battito rapito.

2

In casa l'ombra grigia del salice
rifinisce gli orli della pomice,
un esile scorrere di lacrime
il vecchio gioco infantile sopprime.

Ed ora che nel silenzio del fiume
i capelli fanno le verdi schiume,
del giovane corpo del figlio di Anna
non rimane che un secco osanna.
Scritto da: 5555555555 alle ore 05:12 | link | commenti (5) | categoria: poesia, riflessioni, diario, letteratura, critica, necrologi, discanti notturni
lunedì, 24 dicembre 2007
XLI

Quasi non mi abituo
alla parola che stacca una pietra
dai muri: ci vuole poco a farne
polvere nel silenzio
del fabbricato.


Scritto da: 5555555555 alle ore 04:10 | link | commenti (2) | categoria: poesia
venerdì, 30 novembre 2007
XXXVI

Sento l'armonica a bocca
ma è solo l'altalena
a sibilare la stagione,
il suo ritmo di canzone.
Il coro lo fanno le cicale:
che ne dici,
è abbastanza?
Intanto sotto le foglie del noce
le formiche tornano indietro
mentre tu giri in tondo.
Scritto da: 5555555555 alle ore 04:12 | link | commenti (18) | categoria: poesia
sabato, 24 novembre 2007
XXXV

Del vecchio arcobaleno
hai solo la pioggia
che piange lacrime di biancospino.
È strano, ma il tuo ritratto
non aggiunge niente al mattino.

Scritto da: 5555555555 alle ore 17:05 | link | commenti (26) | categoria: poesia
Chi Sono
Utente: 5555555555
"Era la mia integrità che mi importava. È così egoistico? è a buon mercato, però è tutto ciò che ci resta. È l'ultimo centimetro di noi che ci resta... ma in quel centimetro siamo liberi. Morirò qui. Ogni centimetro di me perirà... tranne uno. Un centimetro. È piccolo, è fragile ed è l'unica cosa al mondo che vale la pena d'avere. Non dobbiamo perderlo, o venderlo, o cederlo. Non dobbiamo permettere loro di portarcelo via" (Valerie)

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