Era l'estate più calda che la città ricordasse e noi stavamo sperimentando cosa volesse dire Londra. Ci eravamo appena diplomati e credevamo ancora che la vita fosse una questione di stile.
-Cazzo, dodici sterline per arrivare a Victoria. Cominciamo bene – dice, portandosi la mano alla gola.
Poi andiamo. Il treno fa lo stesso rumore che dalle nostre parti. Seduto accanto a noi deve esserci un musicista. Credo che suoni la tromba. Ansima. Parla al cellulare, bofonchia parole sconosciute e ha i capelli bianchi e le mani leggermente irsute. Scende prima di noi.
-A che ora è l'appuntamento? – interrompo la sua contemplazione del paesaggio.
-Che?– lui, ad alta voce.
-A che ora è l'appuntamento con Attilio?
-A mezzanotte – dice, serio.
Alloggiavamo al Regent Palace, un due stelle vicino al sottopassaggio della metro di Piccadilly. Tariffe convenienti ma servizi igienici in trasferta: le camere non avevano i bagni. La nostra doccia consisteva in un rapido sciacquo di ascelle al lavandino e io immaginavo di essere uno di quei pionieri americani in cerca dell'oro che si bagnavano nel fiume e dietro avevano le praterie, e dietro ancora altre praterie.
Le finestre non si aprivano, erano bloccate dall'esterno. Alla reception mi dissero che era per via del terrorismo. Io non capivo come il terrorismo potesse entrare dalle finestre.
-Mangiamo cinese?– Attilio.
-Per me va bene – io.
-Allora c'è un take away poco prima di arrivare a casa– Attilio.
C'è una coppia di colore che aspetta la cena. Lui le stringe la mano e le sussurra qualcosa all'orecchio. Lei ride e gli scava la fossetta nel mento. A lui s'illuminano gli occhi.
Prendiamo il nostro, paghiamo e andiamo via. In omaggio ci danno delle patatine. Ci salutano con cordialità. Ci sembra di abitare qui da una vita. Forse da una vita e mezza. Ceniamo a casa di Attilio. Beviamo sei bottiglie di vino in tre, un Jack Daniel's intero, mezzo litro di vodka, metà Kalhua, tre quarti di Martini bianco, del Porto, dello champagne e qualche cocktail servito con una certa professionalità da Attilio. Con l'alba Andrea vuole andare a comprare i cornetti, ma siamo in Inghilterra e nessuno di noi sa ancora che avremmo dormito per circa tredici ore filate.
Di solito, i momenti più pesanti della giornata li vivevamo di notte, quando il caldo a letto diventava insopportabile e ci svegliavamo di continuo, fradici, in preda a strane allucinazioni. Una volta abbiamo visto una scopa e non sapevo che fosse sua. Bevemmo molto. Ed era forse per cercare di restare giovani un po' più in fretta.
-Che ore sono? – chiedo ad Andrea, e mi sembra di essermi appena svegliato.
-Sono le quattro e mezza – risponde lui.
Appoggio il braccio sulla valigia. Abbiamo passato la notte qui. Ho un mal di testa devastante. Sto decisamente vivendo la sbornia peggiore della mia vita. Lo comunico agli altri e ci alziamo.
-Andiamo a fare colazione dal turco – dice Attilio, con una certa sicurezza. Lo seguiamo perché non abbiamo la forza per proporre un'alternativa.
Il sole batte sulle case e illumina i fili d'erba dei piccoli giardini, e il cielo li avvolge in uno splendido azzurro. Metto gli occhiali scuri perché la luce mi dà un certo fastidio. Il turco è veramente a due passi. Io prendo salsicce, bacon, uova, patatine fritte e un succo d'arancia. Fingo di leggere il Sun, invece guardo le macchine e gli autobus passare. Noto una certa diffusione del grigio.
-Merda – fa Attilio. Si è sporcato i pantaloni e deve essere a lavoro fra un paio d'ore.– Ma voi che programmi avete per la serata?
-Io vorrei sbattermi una di queste madreperle con le lentiggini – dice Andrea, adocchiando una ragazza che attraversa la strada.– Se però hai qualcosa di più interessante da offrirmi...
-Dovrebbe esserci una festa a Covent Garden, alle undici – Attilio.
-Che tipo di festa?–chiedo io.
-Una festa. Musica, alcol, e se sei capace sesso facile – ridendo, Attilio.
-Ok, ci stiamo – Andrea risponde per tutti e due.
-Bene. Allora vestìti bene, alle dieci e mezzo alla fermata di Covent Garden. Io stacco da lavoro e vado direttamente lì. – Attilio mette sul tavolo un paio di sterline e se ne va.
Non dormivamo granché e io avevo due occhi da animale notturno: cerchiati, con uno strano faro nel mezzo. Ma lui no, lui aveva la faccia pulita di un ragazzino e ciò provocava in me una certa curiosità, forse persino una certa invidia, ma non al punto da credere che ciò fosse importante.
Andiamo in albergo direttamente da Covent Garden. Durante il ritorno per un po' ci penso, ma cerco subito di distogliere l'attenzione da quei pensieri. L'illuminazione è troppo fitta. Ci si attacca addosso con l'afa.
-A questa città hanno dimenticato di farci il cielo. Di giorno è quasi sempre grigio e la notte non si vedono le stelle – faccio io, tra il triste e il serio.
-Ma se questa settimana c'è sempre stato il sole... – Andrea.
Ci fermiamo proprio davanti Burger King. Ci osserviamo l'un l'altro.
-Ti sei scopato Patricia? – io.
-Ieri. E l'altro ieri. E due giorni fa – Andrea.
Realizzo che la mia conquista non deve essere stata tanto eccezionale e proseguo per entrare. Metto le mani nelle tasche e trovo solo qualche fazzoletto di carta usato. Mi fermo e guardo per terra. Un'ombra mi sopravanza.
NOTA: questo racconto era stato già postato tempo addietro. L'ho ripulito da tutte le imperfezioni come in genere faccio dopo un po', dopo che certe idee hanno trovato il loro tempo per maturare. Ora dovrebbe essere quantomeno passabile. Il grosso appartiene alla scrittura di un me stesso di due anni fa.
Sia ben chiaro che, nonostante tutto quella che era successo, Filippo non meritava di essere lasciato così. Con un sms, s’intende: Rebecca gli aveva scritto che potevano anche farla finita lì. Non una parola in più, non una di meno.
Remo non riusciva a dormire. Era sul fianco sotto il piumone e accanto al cuscino giaceva ancora il volume di Montale che aveva ritirato lo stesso giorno alla posta. L’indomani sarebbe partito per andare a trovare la sua ragazza che era in erasmus. Da circa sette mesi, o almeno così gli pareva: non è che si era ricordato di contarli. E così decise che in amore tutte le distanze si equivalgono. Fu un bel pensiero.
Sto ancora scrivendo il romanzo di cui ti parlavo qualche tempo fa all’università. Nel frattempo ho cominciato a leggere il libro di Eggers che mi avevi consigliato. Ho dovuto interrompere dopo le prime trenta pagine perché mi sono sentito male. Io so che significa quello che lui dice, come sai. Cose del genere ti fanno capire quanto insignificanti siano certi stupidi battibecchi. Dobbiamo renderci conto che dobbiamo guadagnarci tutto il tempo possibile per essere felici. Me l’hai promesso, ricordi?
Io ho solamente bisogno di vivere la mia vita al tuo fianco. Vorrei che me lo permettessi.
Spero che il mio amore possa bastarti.
Si trovava ancora davanti alla farmacia del suo paese, in un viale pieno di alberi, sotto scrosci torrenziali di acqua piovana, nel pieno della notte, nel bel mezzo di un temporale, quando si girò di scatto percependo il rumore degli pneumatici solcare la strada bagnata. Riuscì a guardare attraverso i vetri dell’autovettura e a scorgervi un uomo e una donna. Lui era alla guida e lei parlava e sembrava felice. Ma passarono, senza lasciare traccia. Chissà quante cose lo avevano già fatto: quante cose se ne erano andate senza lasciare nemmeno un segno del loro passaggio; e chissà quante altre dovevano passare senza essere destinate ad esistere realmente.
Dormiva accanto ad un albero di Natale. La mattina si svegliava per il trambusto che c’era in casa e trovava la neve finta che gli finiva sul cuscino. In realtà però dormiva poco, perché usciva tutte le sere, tornava tardi, e leggeva le sue graphic novel fino all’alba prima di addormentarsi.
Quella sera però le luci della città si sarebbero spente prima del previsto. Lui lo sapeva e si stava rassegnando all’idea. Sapeva anche che per quell’anno l’unico regalo tanto desiderato – forse l’unico realmente desiderato della sua vita – non sarebbe mai arrivato. Eppure si trattava solo di una tazza di caffè.
21 settembre
È la vigilia di Natale. Ed è un giorno davvero indicato per apprezzare ancora di più il fatto che sono solo.
Sono le sei del pomeriggio e mi aggiro per casa con un bicchiere di vino pieno per metà. È l’unico regalo che mi sono fatto. Qui fa freddo e c’è la neve; ma il luogo davvero più freddo in tutto questo mondo non è fuori dalla finestra.
Qualche anno fa mi avevi promesso che mi avresti seguito ovunque, che saresti tornata con me se ne avessimo avuto l’opportunità. Poi è arrivata quella telefonata e noi potevamo andare, potevamo farlo davvero. E invece sei rimasta lì, perché, dicesti, “il mio posto ormai è qui”.
Questa sera sto pensando a te e a come te la passi. In fondo non vorrei che tu stessi male.
«Queste sono soltanto ombre delle cose che sono state», disse lo Spettro.
«Non si accorgono affatto di noi.»
CHARLES DICKENS
Rocco Spinnici viveva a sud di Londra, in un piccolo ma delizioso appartamento che si era comprato con i risparmi di dieci anni. Aveva un gatto che aveva chiamato Budino e un cactus che aveva chiamato Spillo. Mangiava spesso cinese e aveva una vestaglia da camera color blu notte. E viveva da solo.
Lavorava come barman in uno dei più esclusivi night della città; quella che avrebbe dovuto essere una sistemazione provvisoria da cameriere, si era trasformata in una scelta per la vita di servire superalcolici a dei cazzoni di vent’anni che avevano una paghetta ben superiore al suo conto in banca. Questa cosa gli procurava non poco fastidio. Per la verità questa forse era anche l’unica cosa che gli dava fastidio nel vero senso della parola.
A differenza di quello che potreste immaginare, infatti, Rocco non coltivò mai una vera e propria vita sociale, nonostante il suo lavoro avrebbe come minimo dovuto fargli conoscere dieci persone ogni sera. Sì, perché anche se pensate che quando la gente è seduta al bancone di un bar e tu le servi dell’alcol sarebbe capace di dirti qualunque cosa, anche il segreto più schifoso della sua esistenza, non è a lui che dovete pensare come confessore, perché lui aveva la faccia sbagliata. Intendiamoci, non che avesse qualche difetto fisico di particolare rilievo, ma era l’intero viso, la sua espressione scorbutica e al tempo stesso così fredda tanto da riuscire a celare persino questa scontrosità, a renderlo inadatto al ruolo del confidente.
Non parlava con nessuno di niente. Nonostante il suo inglese fosse ormai ottimo e riuscisse a capire anche quello che le persone si dicevano sui treni, Rocco non aveva alcun interesse per gli altri esseri umani. Sembrava venire da qualche lontano e sperduto pianeta alieno abitato da replicanti senza emozioni.
E poi lui quella notte se la ricordava bene. Pioveva e c’era la nebbia. Guardava scorrere il tempo dalla finestra, anche se non avrebbe saputo dire bene in quale direzione. Dietro ad un vetro il passato ed il presente si equivalgono. Il fantasma del Natale passato dice infatti che tutte le persone del nostro passato hanno la stessa faccia. La cosa gli fu rivelata da una luce improvvisa. Era la vigilia di Natale, e lui si era accorto che la solitudine era stata soltanto la soluzione più semplice.
Oggi ho preso e sono partito. Ho guidato per due ore e un quarto, ho preso quattro caffè in cinque autogrill diversi, ho speso quasi venti euro di benzina, ma non ero pronto a partire. Cioè sono partito ma non ero pronto. Non è che sia una gran novità, ma tant’è…
Ora mi trovo in questa pensione in montagna anche se in realtà sono al mare. Cioè in questo paese c’è una tremenda puzza di vacche ma c’è il mare e dio solo sa quanto una cosa dovrebbe escludere l’altra. Tra qualche minuto credo che mi farò una doccia e poi ordinerò qualcosa da mangiare qui in camera. Mi sdraierò sul letto con i capelli ancora bagnati, accenderò la televisione, ma fisserò il soffitto. Poi mi fumerò una bella sigaretta e mi lascerò andare. Hai visto mai che riesco a cancellarti davvero dalla mente?
Erano le due e ventiquattro del sette settembre duemilaotto. Mario stava imboccando la statale 18 con la sua Renault Clio. Prese la curva molto stretta e man mano che procedeva sulla rampa del raccordo vedeva la luna sempre più grande, ma bassa, bassa come se stesse consumando una sorta di incontro con la terra. Naturalmente, pensò, quanto stava accadendo avrebbe dovuto tenerlo per sé.
Dick Bosch viveva in un appartamento a Berliner Straße. Aveva un canarino e un compagno di stanza italiano, un tale che aveva lasciato l’università dopo l’erasmus e aveva deciso di stabilirsi definitivamente in Germania. Mangiava tutte le sere il kebab da Hamit e andava a dormire sempre alle quattro del mattino, anche se doveva alzarsi alle sette. Certo, voi direte “facile”, dato che poteva permetterselo perché non gli capitava mai di avere per più di due giorni consecutivi lo stesso lavoro o che, se ce l’aveva, faceva in modo di lavorare di notte o al massimo nel pomeriggio; ma lui vi avrebbe detto che erano solo fatti suoi.
Così come vi avrebbe detto che erano affari suoi se a ventotto anni il sesso non gli interessava affatto.
Remo aveva capito che era molto importante non prendersi troppo sul serio. La demistificazione programmata e pervicace della propria persona era, come tutti quelli che lo conoscevano potevano testimoniare, uno dei capisaldi della sua filosofia: pensava che ridere di sé stessi fosse necessario quanto respirare o vivere, tanto che era giunto a considerare l’ironia – e quella particolare forma di ironia che è l’autoironia – come il primo e fondamentale significato dell’essere. Spesso, poi, si vantava di aver capito che bisognava vivere come se ogni giorno fosse stato il primo: credeva, difatti, che vivere ogni giorno come se fosse stato l’ultimo gli avrebbe recato un’infinita e paralizzante tristezza.
Nonostante tutto, Remo avrebbe voluto sentirselo dire. Non aveva mai dato troppo peso a certe cose, ma per lei si doveva fare un’eccezione. L’aveva persino ammesso a sé stesso, quella mattina, facendosi la barba, che aveva bisogno di sentirsi dire quanto lei l’amasse. Poteva certo congetturare con una certa attendibilità che fosse così, ma, stavolta, era proprio necessario che lei glielo dicesse. Che glielo dicesse proprio mentre lui le portava il caffè a letto, per esempio. Che glielo dicesse proprio in quella giornata al mare, perché quelle parole potessero confondersi con l’avvolgente brezza che si sarebbe levata dall’acqua proprio in quell’istante, senza preavviso.
- Chi è?... – chiese Filippo, premendo il tasto verde sul ricevitore.
- Pippo, sono la mamma… - Filippo era talmente sbronzo che chiunque si fosse presentato come sua madre sarebbe stato creduto.
- Ah, mamma, ciao, certo che sono in piedi… – disse, scrollandosi le coperte di dosso e accorgendosi del tremendo mal di testa.
- Ho parlato con tuo padre ed è d’accordo con me… -
- Chi? Cosa? –
- Ho parlato con tuo padre e lui dice che puoi venire durante le vacanze a prendere le ultime cose rimaste qui – gli spiegò meglio la madre.
- Ok, per me va bene, basta che lui non sia in casa quando verrò io – fece lui.
- Non dire così, è sempre tuo padre. Lo sai come è fatto, ti vuole bene, ma… - disse lei.
- Oh, certo! Mi vuole bene ma lui ha i suoi punti di vista e io i miei eccetera. Conosco la storia, mamma. – controbatté lui.
- Lo so che non avrebbe dovuto dirti certe cose, ti capisco. In quell’occasione poi. Ma è fatto così, è solo molto preoccupato per te, ha paura che tu abbia fatto la scelta sbagliata… - gli sembrò che la madre avesse detto quest’ultima cosa miagolando.
- Mamma, per me la faccenda è chiusa. Ora devo andare, ho un appuntamento di lavoro. Ci vediamo tra due settimane – le disse, senza possibilità di scampo.
- Ok. Ma ricorda che ti vorremo sempre ben… - la madre non fece in tempo a finire la frase che Filippo aveva già lanciato il telefono sul divano.
Dopo qualche secondo che gli era servito per rendersi conto che si trattava, anche oggi, dell’ennesima giornata di cielo coperto, se ne andò in cucina a bere il suo primo caffè. Era un caffè vecchio di due giorni. Lo bevve con un certo disgusto e poi andò a salutare Niki Lauda. – Almeno piovesse – gli disse – tutto questo grigio avrebbe una giustificazione.
"You can erase someone from your mind. Getting them out ouf your heart is another story"
Remo Orsini quel giorno fumò trentadue sigarette. L’ultima la spense che era disteso sul letto proprio quando le prime gocce di pioggia cominciavano a colpire la terra. Il suono confortante dell’acqua gli riempì le orecchie e così chiuse gli occhi sereno. La lettera, come aveva stabilito con sé stesso quella mattina, era dove doveva essere.
Miriam aveva dimenticato l’ombrello. Doveva dare letteratura inglese e aveva dimenticato l’ombrello. Pensò, appena scesa dall’autobus, che è da questi particolari che riconosci una giornata di merda.
Si sistemarono per terra, isolate per quanto possibile dal caos generale. Sfogliavano tutte e due svogliatamente i testi per l’esame; come tutti gli studenti, infatti, sapevano che la ripetizione a pochi minuti dal colloquio si sarebbe rivelata totalmente inutile.
- Dài, è solo una notte in bianco… - Tiziana se n’era accorta dal fatto che l’amica aveva ancora i calzini del giorno prima.
- Ti sbagli. Non è solo una, ma tutte le notti sono in bianco – disse Miriam.
- In che senso?
- Nel senso che non esistono notti di altro colore. La notte è monocromatica per vocazione, diciamo così. Stai lì a pensare che la tua vita fa schifo, che non ti realizzerai mai, che tuo padre è uno stronzo perché tradiva tua madre con la baby-sitter. E tutto questo ha un solo colore.
- E scusa, ma allora perché proprio il bianco?
Miriam ci pensò un attimo e poi rispose: - Se ci rifletti su, è l’unico colore di cui possiamo avere una qualche certezza. Tu pensi che il rosso sia un colore affidabile?
Nevicava talmente fitto che a Remo sembrò che quello che stava guardando di là dal finestrino non fosse nemmeno un paesaggio. Pensò a quale potesse essere l’elemento, o gli elementi, che potevano permettergli di discriminare un paesaggio reale da uno fasullo. Valutò attentamente ogni particolare: pensò agli alberi, su tutti ai pini, perché gli ricordavano le passeggiate che faceva con suo nonno quando era bambino, su quel tappeto di aghi che nella sua fantasia era passato a figurare un nuovo tipo di suolo, un nuovo tipo di terra; meditò sul presunto primato dei paesaggi marini su quelli montani, poiché, pensava, solo i primi potevano fregiarsi dell’incontro che il cielo e il mare celebrano all’orizzonte; annotò tra i suoi pensieri sin anche la variante uccelli, stimolato dall’immagine del pettirosso con cui aveva fatto amicizia qualche tempo addietro.
Nonostante fosse ben articolato, però, il suo ragionamento rischiava di risultare aporetico: non riusciva, infatti, a figurarsi niente di veramente reale, pur avendo sotto gli occhi un paesaggio sulla cui consistenza, a meno di non volersi ingarbugliare in qualche astruso ragionamento filosofico, non si poteva certo dubitare. Perché non riusciva a credere che la neve potesse veramente far parte di quella scena che stava vedendo? Che cosa poteva mai significare il fatto che gli erano venuti in mente solo elementi che appartenevano alla sua memoria? Perché non riusciva a trovare nemmeno un elemento degno di una qualche oggettività? Perché non riusciva ad andare al di là di sé stesso?
Queste erano le conclusioni cui era giunto quando la voce computerizzata annunciò la sua fermata.
Erano le tre in punto. Mario Scrofino stava controllando le bolle di accompagnamento per i carichi di merce che dovevano partire quella sera, quando il telefono squillò. Era di nuovo sua moglie. La temperatura del ragazzo era salita a oltre trentanove. Notò che il tono della voce di Rebecca cresceva esponenzialmente.
- Gli hai dato la tachipirina? – provò a chiedere lui, usando la voce come per accarezzare il capo della moglie.
- Sì, ma la febbre gli è risalita dopo solo mezzora.
- Hai chiamato Filippo?
- Sì. Ha detto che sarebbe venuto il prima possibile.
Filippo era il fratello di Mario e di mestiere curava la gente.
- Vedrai che probabilmente è già nel vialetto – riprese Mario, e poi aggiunse – Ora cerca di stare tranquilla. Ci vediamo alle otto. Capito? Sta’ tranquilla, si risolverà tutto…
- Comincio a disperare. Ma forse è inutile. Lascia perdere, torno di là, a vedere se Matteo vuole qualcosa.
Mario riagganciò e tornò al lavoro. Registrando al computer gli ultimi dati, si ricordò di quanto erano stati felici. In un passato nemmeno troppo remoto, tra l’altro. L’assalì un vago torpore alle gambe. Lo sapeva che era tutta colpa sua: del fatto che con Rebecca le cose non andassero più, delle febbri di Matteo, era tutta colpa sua. Si passò la mano aperta e tesa sul mento, pigiando forte, e guardò la scrivania, piena di scartoffie. Nel portapenne spiccava la Mont Blanc che la moglie gli aveva regalato per la laurea. Con quella scriveva ancora degli appunti “letterari” e le poesie che teneva chiuse nel terzo cassetto a destra contando dalla porta, ben nascoste sotto almeno tre risme di fogli A4. La guardò con nostalgia, mista ad un pizzico di rassegnazione, e si chiese se le due cose non si presentassero sempre in coppia, inestricabilmente connesse. O se non fossero che una cosa sola.
Alle sette in punto prese il cappotto e andò via. Alzò come suo solito il bavero per il freddo. Gli usuali ottantotto gradini perché aveva paura dell’ascensore. Si lasciò alle spalle l’edificio macchiato dalla neve e si avviò alla stazione della metro. Era talmente stanco che gli sembrava di essere da solo; quasi non percepiva i rumori dell’ambiente circostante.
Salì sul treno. Si accomodò in uno dei posti a quattro centrali. Aprì il giornale che era lì da prima che arrivasse. C’era un’annotazione a matita: E se le regalassi un libro e lo riempissi di note a margine, tutte scritte apposta per lei? E se glielo scrivessi io un libro?
Mia madre me lo diceva sempre che al mattino bisogna rifarsi il letto. Ma io, quando mi sveglio alle tre del pomeriggio e constato la mia solitudine, trovo solo il tempo per un altro sorso di quella Tennent's che la notte prima ho lasciato a metà sul comodino, prima di alzarmi e abbandonarmi alla netta sensazione che sarà un'altra giornata inutile.
Faccio una doccia per lavare gli odori del sonno. La radio dice che fuori ci sono tre gradi di massima, ma il mio corpo sembra non avvertire il freddo. Mi siedo per un attimo sul divano e mi sostengo con le mani sui cuscini. Guardo in alto e penso a quando te ne sei andata via. Mi hai lasciato un biglietto colorato, di quelli che mi scrivevi per ricordarmi di passare in lavanderia. “Da quando abbiamo perso la bambina non siamo più gli stessi. È inutile nascondersi, e tu lo sai benissimo. Mi mancherai, ma è arrivato il momento di andare. Anche se ti amo più di quanto non abbia mai fatto in passato, e più di quanto sarò capace in futuro. Ma l'amore, spesso, non basta”. Quando l'ho letto per la prima volta, ho pensato che non avevamo nemmeno cominciato a discutere sul nome della bambina. E che la morte che non si può nominare è la peggiore fra tutte.
Infilo i jeans e metto il dolcevita nero, il mio preferito. Appena sbuca fuori la testa, quando il mento è coperto dal collo non ancora rovesciato, mi rendo conto che sono passati già dieci anni. Segno questo pensiero su un taccuino ed esco di casa. Ho scritto più o meno così: “Solo il tempo può concederci l'illusione che qualcosa sia veramente accaduto”.
"Era la mia integrità che mi importava. È così egoistico? è a buon mercato, però è tutto ciò che ci resta. È l'ultimo centimetro di noi che ci resta... ma in quel centimetro siamo liberi. Morirò qui. Ogni centimetro di me perirà... tranne uno. Un centimetro. È piccolo, è fragile ed è l'unica cosa al mondo che vale la pena d'avere. Non dobbiamo perderlo, o venderlo, o cederlo. Non dobbiamo permettere loro di portarcelo via" (Valerie)
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